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L'Europa che verrà

di Loris Dadam - Limiti e ostacoli all’integrazione europea, a partire dai Paesi più ricchi che non si accollano i debiti di quelli più poveri.
La famosa Agenda Monti è stata finalmente svelata ed il suo primo capitolo è dedicato ai rapporti con l’Europa, nella quale si spera in “una più intensa integrazione fiscale, bancaria, economica e politico istituzionale” con “il superamento dei pregiudizi nazionalistici” ed in “politiche orientate nel senso di una maggiore attenzione alla crescita, un mercato interno più integrato e dinamico, una maggiore solidarietà finanziaria attraverso forme di condivisione del rischio, …”.

Ovviamente quest’Europa appartiene al mondo dei desideri. Quella reale è di fronte e drammatica. La Grecia (foto) spinta sull’orlo dell’abisso, percorsa da gente affamata con gli ospedali privi delle medicine di base; la Spagna tormentata da scioperi e manifestazioni con il 25% di disoccupazione e le banche che portano via la casa a chi non può pagare il mutuo; il Portogallo e l’Irlanda costrette a politiche recessive; l’Italia in piena recessione economica e taglieggiata dalle tasse. La spaccatura fra i Paesi europei del nord e quelli del sud non è mai stata così grande e tragica.
L’unico aspetto positivo degli ultimi mesi sembra sia la messa in sicurezza dell’euro, nel senso che i grandi centri di potere finanziario internazionale, in un momento di lucidità, si sono accorti che l’uscita della Grecia dall’euro avrebbe trascinato nel baratro tutta l’Europa e quindi, a cominciare dal Fondo Monetario Internazionale, hanno deciso che la Grecia doveva essere salvata mediante una dilazione nel tempo della restituzione del debito.

Tutto ciò è stato favorito dalla dichiarazione del presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, che la banca sarebbe intervenuta comunque sui mercati per salvare la moneta ed impedire il crollo dei singoli Stati. Gli Stati membri si sono poi accordati per arrivare ad una qualche forma di unione bancaria mediante una supervisione europea delle banche dei vari Paesi. Da qui cominciano i problemi reali che, come sempre, non stanno in coda (in Grecia), ma alla testa, cioè in Germania. Una piena unione bancaria e fiscale presuppone due cose: la prima è che i Paesi forti si facciano carico dei debiti di quelli deboli e, la seconda, che vi sia un trasferimento di sovranità dai vari Stati nazionali all’Unione Europea.
I Paesi nordici, Germania, Olanda e Finlandia, non hanno nessuna intenzione di pagare i debiti di Grecia, Spagna, Portogallo e altri. Anzi esistono ricche regioni tedesche, come la Baviera, che sono riluttanti a pagare per le regioni più povere dell’ex-Germania Est, figuriamoci per la Grecia! Le elezioni in Germania saranno nel settembre 2013 e la favorita Angela Merkel non ha nessuna intenzione di inimicarsi un elettorato compattamente ostile a qualsiasi uso dei soldi dei contribuenti tedeschi per salvare gli scialacquatori del Mediterraneo.

Sarà difficile che questa posizione possa essere modificata più di tanto dopo le elezioni, in quanto in Germania esiste un controllo molto rigoroso della Corte Costituzionale nella difesa dei poteri del Parlamento (Bundestag) in fatto di decisioni sulla spesa pubblica. Questo significa che qualsiasi cessione di sovranità da parte della Germania dovrà essere sottoposta a modifiche di tipo costituzionale, difficili da approvare e, nel migliore dei casi, con grande lentezza.
A ciò bisogna aggiungere la situazione della Francia che, con la vittoria di Hollande, ha spezzato il tradizionale asse franco-tedesco e si è messa in opposizione alla politica di austerità predicata dalla Merkel, in quanto foriera di situazioni economiche recessive. Inoltre la Francia, di qualsiasi colore sia il suo governo, non vuole sentire parlare di alcuna cessione di sovranità. La stessa unità bancaria, formalmente assentita, vede molti ostacoli nella stessa Germania, che vorrebbe limitarla solo alle banche di dimensioni maggiori, sottraendole le tantissime piccole banche locali e cooperative che costituiscono il tessuto finanziario connettivo del risparmio nei piccoli centri e nelle campagne.

Come si vede il quadro non è per niente roseo, in quanto sintomi di rallentamento e disoccupazione iniziano a mostrarsi anche nei Paesi più forti e, come sempre accade, quando la crisi incomincia a mordere, è molto difficile chiedere alla gente atti di solidarietà nei confronti dei più deboli, i quali devono imparare a difendersi da soli.
L’Italia è uno dei tre Paesi fondatori dell’Europa ed è l’ottava potenza industriale del mondo: per quanti difetti abbia il suo popolo ed i suoi governanti, il nostro Paese possiede tutte le risorse per sollevarsi dalla crisi, ma anche per difendersi dai partner più forti.

Solo che, data la situazione reale, forse ci vorrà qualche cosa di più dell’invocazione di una generica “integrazione fiscale, bancaria, economica” del “superamento dei pregiudizi nazionalistici” ed “una maggiore solidarietà finanziaria attraverso forme di condivisione del rischio”.