Sermig

Parare il dolore

di Renzo Agasso - Giovanni Galli era il portiere del grande Milan berlusconiano. Quello la cui formazione si recitava come una litania laica: Galli Tassotti Maldini Colombo Costacurta Baresi Donadoni Rijkaard Van Basten Gullit Ancelotti. Allenatore Arrigo Sacchi. Il Milan che ha vinto tutto, Italia, Europa, Mondo. Giovanni Galli parava in quella porta.

Parava pure nella Nazionale di Bearzot ai Mondiali dell’‘82 (campioni del mondo) e dell’‘86. Giovanni Galli ha parato tanto. Ha parato tutto. Tranne il dolore. Il dolore mostruoso, insopportabile, contro natura della perdita di un figlio. Si chiamava Niccolò e aveva diciassette anni, giocava nelle giovanili del Bologna. Un giorno di pioggia del 2001 – il 9 febbraio – torna in motorino dall’allenamento quotidiano, scivola sull’asfalto, finisce contro un guard rail difettoso, lo spuntone di lamiera si conficca nel suo petto e taglia l’aorta addominale.

Riesce a dire ai soccorritori: “Sto bene, ho solo male allo stomaco”. Poi muore, senza accorgersene. Portava il casco, non correva, forse ha frenato, è scivolato, un caso, una fatalità, il destino.
Giovanni Galli, la moglie Anna, le altre figlie Camilla e Carolina piangono tutte le lacrime che possiedono. Poi si aggrappano alla fede. E al ricordo di Niccolò, futuro campione mancato: aveva già esordito in serie A, contro la Roma. Rifiutano di rassegnarsi e limitarsi a sopravvivere. Non si rinchiudono nella gabbia del dolore, pur avendone tutti i motivi.
Non maledicono, non urlano i loro perché disperati al cielo. Insieme agli amici del figlio s’inventano la Fondazione Niccolò Galli, per farlo vivere ancora, e per far vivere i figli degli altri, vittime di incidenti della strada e dello sport. E ne hanno già aiutati a centinaia, andando pure a sostenere missioni in Africa.

Dice Giovanni Galli che “la domanda: perché? Abbiamo voluto cancellarla immediatamente. Se pensi a un perché – perché è successo?, perché a lui?, perché a noi? – vai al manicomio, apri la finestra e ti butti dal quinto piano. Sotto l’aspetto umano il fatto di essere una famiglia unita ci ha aiutato tanto. Sotto quello spirituale l’essere tutti credenti ci ha permesso di non chiederci mai: perché? Perché ce l’ha dato. Certo, non è giusto morire a diciassette anni.
Ma perché non è giusto? Con tutte le testimonianze ricevute abbiamo anche capito che lui probabilmente in questi diciassette anni aveva svolto il suo compito, aveva fatto quel che doveva”.

Renzo Agasso
PEOPLE
Rubrica di NUOVO PROGETTO