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Bambole per curare

di Stefano Caredda - In Svizzera una nuova terapia per persone con demenza senile.
Come una bambola, da semplice giocattolo, può trasformarsi anche in uno strumento terapeutico, che aiuta gli anziani con demenza riducendo i disturbi del comportamento. L’hanno chiamata “terapia della bambola” (doll therapy) ed è un’esperienza innovativa che si sta sperimentando in una casa per anziani del Canton Ticino, in Svizzera.
Sono 128 le persone coinvolte. Si tratta di una vera e propria terapia, non farmacologica, rivolta a pazienti con demenza che presentino i sintomi comportamentali e psicologici tipici della loro patologia: il trattamento è finalizzato alla riduzione di reazioni e comportamenti impropri attraverso tecniche che prevedono la sollecitazione sensoriale ed affettiva, e si è rivelato particolarmente utile a ridurre, tramite apposite strategie, il ricorso continuo a crescenti sedazioni.

La doll therapy prevede l’utilizzo di bambole specifiche ideate ad hoc per enfatizzare alcune caratteristiche sensoriali (ad esempio peso, direzione dello sguardo, morbidezza del tessuto) fruibili anche per una persona gravemente compromessa dal punto di vista cognitivo. Sono i “caregiver”, cioè le persone che li assistono, a scegliere – sulla base di una valutazione clinica preliminare, di griglie di osservazione e della conoscenza della biografia dei soggetti interessati – i momenti più appropriati nell’arco della giornata per consegnare la bambola terapeutica, che viene riconosciuta come un bambino vero e quindi accudita. Tra i processi al centro dell’indagine vi è proprio quello sulla relazione di riconoscimento e cura che si instaura tra la persona con demenza e la bambola.

Per le persone con demenza i benefici attesi riguardano la diminuzione dei disturbi del comportamento e dei parametri fisiologici di stress.
Ma vantaggi nell’utilizzo della doll therapy dovrebbero scaturire anche per il personale curante in termini di una diminuzione di stress emotivo e psicologico: molte persone con demenza presentano infatti una serie di comportamenti disturbanti, fra i quali agitazione, ansia, vagabondaggio e aggressività, che generano malessere alle persone stesse e indirettamente ai loro caregiver familiari e professionali.

Secondo i primi risultati, un altro vantaggio significativo dipende dal fatto che la terapia della bambola non richiede necessariamente la presenza di un terapista specializzato, come ad esempio avviene con altre terapie non farmacologiche, ma può essere effettuata da diverse figure professionali adeguatamente formate e supervisionate nel tempo: il che eviterà un eccessivo carico economico per quelle famiglie che volessero utilizzare tale strategia, se e quando verrà definitivamente dichiarata utile. Sperando che rimanga ben chiaro a tutti come si tratti di un ausilio che rafforza, ma non sostituisce, l’importanza della relazione umana.

Stefano Caredda
REDATTORE SOCIALE
Rubrica di NUOVO PROGETTO