Sermig

Il meglio deve ancora venire

di Pupi Avati - Il cinema è soprattutto invenzione; io penso che in un certo senso attraverso il cinema riusciamo ad andare oltre la realtà, oltre i nostri limiti e trovare un lieto fine per quelle situazioni che nella realtà non hanno un lieto fine. Chi di noi, del resto, non ha immaginato, specialmente quando era giovane, ma anche più in là, un futuro diverso che lo attende e lo risarcisce dei tanti torti che ha subìto? Ognuno di noi “sa” benissimo di essere un’eccezione, ognuno di noi “sa” di essere il migliore, ognuno di noi dentro di sé ha la consapevolezza di rappresentare un’identità così assolutamente speciale e così unica da rappresentare qualcosa di irripetibile.

Ognuno di noi é convinto che non ci sarà mai né prima né dopo di lui qualcuno che sia quello che siamo stati noi, quello che siamo noi adesso. In quanto tali, in quanto portatori di una nostra identità siamo portatori di un talento che è la nostra identità.

E allora in qualunque manifestazione dell’agire umano, in qualunque ambito, in qualunque professione, bisogna trovare lo strumento attraverso il quale esercitare il nostro talento, che non è necessariamente saper suonare il clarinetto o fare i film.

Esistono persone che lo fanno con grandissimo talento, con grandissima predisposizione, con grandissima facilità, e ci sono persone che non lo fanno, o lo fanno soffrendo. Ci sono moltissime persone che dedicano i quarant’anni migliori della propria vita a un mestiere che odiano, con il quale non hanno nulla a che fare. Per la maggior parte delle persone il rapporto con il lavoro è questo: non vedere l’ora che sia festa, che ci siano i ponti, addirittura di ammalarsi. Io mi ricordo quando andavo a scuola: non vedevo l’ora di ammalarmi, non vedevo l’ora che ci fosse uno sciopero. E com’era bello quando c’era l’assemblea di classe! Invece anche studiare può essere magnifico se c’è qualcuno che ti fa capire per che cosa sei portato, quali sono le tue predisposizioni.

Il cinema assomiglia a questo tipo di invenzione, a quella che prima di addormentarci ognuno di noi mette in campo. Ho raccontato spesso come in tanti di questi momenti io abbia preparato il discorso di ringraziamento per l’Oscar tutto in inglese, ogni sera cambiando una parola, migliorandolo: purtroppo non mi è mai servito! Non mi sono mai sentito in colpa per questa fantasia, anche perché non c’è mai stato nessuno a svegliarmi: «ahó Pupi, che stai a fa’...». Quindi io credo che coltivare dei sogni, avere delle aspettative, vivere nella speranza che accada qualcosa di meraviglioso solo a te è assolutamente legittimo. La vita non ha senso se non è vissuta così! La vita è un’aspettativa, è un’attesa di qualcosa.

E anche adesso che sono anziano credo, come Frank Sinatra, che the best is yet to come, il meglio deve ancora venire. Io credo che possano ancora succedermi cose fantastiche, con la convinzione di meritarmele. E uno deve continuare a credere, non può essere che a un certo punto si spengono le luci di una stanza, poi di un’altra, poi di un’altra ancora. Non ci si può mettere a sedere ed aspettare che la vita finisca. Io non credo che la vita vada presa così, credo che la vita vada vissuta sempre in attesa di qualcosa di eccezionale che deve riguardarci. Quindi bisogna essere ambiziosi. Non credo che sia un peccato essere ambiziosi! Significa confidare nella vita, confidare negli altri e credere che gli altri non siano così ostili come sembra.

Quando per la prima volta vidi Otto e mezzo di Federico Fellini mi cambiò la vita, mi fece capire che cosa è il cinema, perché è il film più straordinario sul cinema che mai sia stato fatto. Ricordo che pensai: dobbiamo farlo anche noi il cinema. Allora vivevo a Bologna, vendevo surgelati, avevo già due figli, quindi ero in una situazione che più difficile, più complicata, più lontana così dai sogni non poteva essere! Ma ho cominciato a credere nei sogni.

«Dobbiamo fare il cinema» – dicevo al bar con gli amici – dobbiamo fare il cinema, andate a vedere Otto e mezzo », fino a quando una sera avvenne il miracolo, convincente. Uno disse: «va bene, io voglio fare lo scenografo»; un altro: «io voglio fare il costumista», «va bene, io voglio fare l’attore», «va bene, io voglio fare lo sceneggiatore». E l’ultimo, Alberto Bartolani, amministratore di condominio, concluse: «va bene, io voglio fare il tuo aiuto regista ». Avevo già un aiuto regista, improvvisamente mi era sceso dal cielo come dono un aiuto regista! E così è incominciata un’avventura meravigliosa. Ecco che cosa suggerisco a tutti: non smettere di sognare avventure meravigliose.

Da un incontro dell'Università del dialogo
NP FOCUS

foto: Max Ferrero