Sermig

Questione di sguardi

di Simone Bernardi - Sulla piccola cassetta del bancone reception della biblioteca dell’Arsenale c’è scritta questa frase: «Siamo aperti a ricevere la tua parola». Di fianco, alcuni foglietti e un barattolo pieno di penne e matite, a disposizione di chi vuol lasciare un messaggio.

Non pensate ad una raccolta di opinioni, reclami e altre osservazioni sul funzionamento del servizio... quella scatola realizza semplicemente quello che promette: “riceve la parola”, qualsiasi essa sia e proprio per questo diventa spesso il contenitore di poesie, di sonetti e addirittura di lettere ad un amico o un familiare scomparso, frammenti di vita, con una narrativa ben più ricca di un’anonima reclamazione: «È bello sapere che in questo mondo, anche se i nostri occhi non vedono, le nostre orecchie non sentono e la nostra bocca non parla, qualcuno ci ha già capito e ci offre l’opportunità di ricominciare».

Biglietti come quello di Rogério sono meno rari di quanto si pensi ed è compito nostro, nostra missione – come ci diceva dom Luciano – ascoltare queste parole, riscattarle dalla miseria che le impedisce, riportare fuori tanti tesori nascosti perché facciano del bene a se stessi e agli altri. Un compito arduo, quanto importante come assicurare un piatto di cibo, un letto, una doccia calda, perché nessun uomo può vivere solo di questo. Nessun uomo può solo ricevere, deve anche poter dare.

L’Arsenale della Speranza lavora così, è un iceberg di cui si vede solo la punta, il resto – che è proprio quest’apertura ad accogliere e a coinvolgere – può essere scoperto solo scavando veramente.

Ogni tanto, quando incontriamo qualcuno disposto a scavare, in genere viene fuori quanto ne valga la pena.

Un giorno, il nostro amico José Luiz – il cui compito principale, como volontario dell’Arsenale, è fare fotografie – ci presenta un amico italiano, anche lui fotografo, Pino Ninfa, in quel periodo a San Paolo per presentare una sua retrospettiva dedicata al jazz. Dopo averci ascoltato, ci espone un’idea: realizzare un progetto fotografico che avesse come protagonisti i nostri ospiti. Lui e l’associazione P.I.M. (poesia-immagine-musica), di cui è presidente, avrebbero messo a disposizione dei nostri ospiti una quindicina di macchine fotografiche, con un’unica richiesta: catturare i momenti della loro giornata vissuta nella metropoli di San Paolo. Sarebbe ritornato a fine agosto per offrire un piccolo workshop sulla fotografia e l’uso della macchina fotografica: alcune dritte e suggerimenti e poi “pronti, via”, esercitazione pratica, tutti in città a scattare foto... Detto, fatto: a fine agosto 2017, Alessandro, Carlos, Henrique, Herguinon, Ilnes, José Hugo, Jorge, Luís, Marcelo, Paulo, Pedro, Rafael e Reginaldo ricevevano in consegna una Nikon Coolpix nuova di zecca. Qualcosa di analogo, in fondo, alla cassetta della biblioteca su cui, in questo caso, idealmente c’era scritto: «Siamo aperti a ricevere il tuo punto di vista». Invece di foglietti e matite, batteria e card.

Il risultato è un portfolio di scatti urbani densi di significato che forse nessun reporter sarebbe riuscito ad ottenere. Una foto su tutte, quella di un uomo in giacca e cravatta sgualcite, seduto per terra, perso nei suoi pensieri che, durante un momento di verifica con i partecipanti, ha stimolato una serie di osservazioni ed uno di loro ha esclamato: «Una volta anch’io avevo la giacca e la cravatta e andavo a lavorare. Ci posso riprovare».

In ogni foto si percepisce, in qualche modo, una familiarità con i luoghi e le persone fotografate, con quelle strade e marciapiedi su cui un tempo si dormiva, ma nello stesso tempo si può cogliere anche il coraggio – per chi è ormai “abituato” a non essere visto – di affrontare faccia a faccia il soggetto della fotografia, il suo sguardo, la sua reazione imprevedibile. La bellezza vera di queste foto sta nell’esperienza di chi, oggi – potendo contare sull’appoggio di una casa e una famiglia che accoglie – ha potuto e voluto fare un viaggio all’indietro, raccontandosi da un altro punto di vista. Da protagonista.


Navigante in un mondo solitario

Perso da un tempo senza fine. Ostinato in un futuro in cui riuscirò a malapena a intravedere quello che ho avuto un tempo. Nella vasta gamma di ricordi che la piccola realtà infantile lascia, cerco il rifocillamento ogni giorno, ogni alba.

Navigante in un mondo solitario. Per chi sempre ha avuto la forza nelle sue mani, oggi l’energia è assente, soccombe tra le macerie, e le favole dell’infanzia, oggi, servono a poco.

Posso sentire il freddo, posso sentire il caldo, ma con grande difficoltà riesco a sentirmi. Avrò perso il mio tempo? I miei sogni son caduti a pezzi? Non so esattamente come dirlo, sto cercando di raccogliere di nuovo i miei pensieri, i miei sogni, le mie speranze. Possibile che nessuno veda il caos in cui vivo?

Navigante in un mondo solitario, vedo persone al mio fianco che lottano per il loro spazio, forse un piccolo posto al sole, una piccola frazione di sentimenti. Ascolto canzoni, balli, fedi, assurdità che cercano di aggrapparsi al mio mondo. Forse, con poche parole potrei definire ciò che sento o forse nemmeno con un lungometraggio riuscirei a farmi capire.

Naviganti in un mondo solitario, dobbiamo cercare il nuovo, il bello, la purezza che posso ancora vedere nel sorriso di un bambino. Sarà che dobbiamo davvero ridiventare così? Non so, ma quando li osservo, vedo che non si sentono naviganti solitari, ma parte di una speranza, di un sogno più grande di loro.

Arche Araujo Smith ospite dell’Arsenale della Speranza

Simone Bernardi
NPFocus
Rubrica di NUOVO PROGETTO