Sermig

Una seconda possibilità

di Matteo Spicuglia - Rispondere al male con il bene. La scelta di Angelica Musy.

C’è una frase che dice tutto di certi strappi. Angelica la pronunciò in un’aula di tribunale: «Alla persona che ha sparato rimprovero di aver interrotto un discorso tra me e mio marito e di aver sottratto alle mie figlie la persona che avevo scelto per loro, per aiutarle a crescere. Tutte noi siamo costrette giorno per giorno ad assistere a questa vita sospesa».

Angelica è la vedova di Alberto Musy, avvocato, docente universitario, consigliere comunale, ferito a colpi di pistola sotto la sua casa di Torino, nel marzo del 2012. Morirà dopo 19 mesi di coma profondo.

Per chi gli voleva bene, fu l’inizio della vita sospesa: Angelica e Alberto avevano quattro figlie piccole, i progetti di una famiglia come tante, ancora molta strada da fare. L’agguato cambiò tutto. Angelica si mostrò da subito per quello che è oggi: una donna delicata e forte insieme, fragile eppure capace di non darla vinta a nessuno. Tanto meno a Francesco Furchì, l’uomo riconosciuto responsabile dell’omicidio e per questo condannato in via definitiva all’ergastolo.

E dopo? «Tuo marito è stato ferito e rimani attonita – dice Angelica – poi ti affidi a chi se ne prende cura in ospedale, preghi perché ci siano buone notizie, speri di riuscire a spiegare tutto alle tue figlie ma qualcosa sfugge sempre. Non che ci sia poco da fare, piuttosto ci si affaccenda perché la barca non affondi; ma in mezzo a tutto ciò cerchi un segno, un significato». Angelica lo ha cercato senza sosta. «Alla fine, l’ho trovato nei momenti in cui mi sono sentita parte della mia comunità.

Non sono sola, le figlie, i parenti, gli amici mi sono vicini, ma vorrei sentire un soffio di quella libertà che ti fa dire: io ci sono, mi espongo, lotto anche per te, perché penso che tu valga e penso che poi il mondo sarà migliore anche per merito mio».

Questo slancio ideale ha trovato casa in un progetto concreto: il Fondo Angelica e Alberto Musy, gestito dall’Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo. Il frutto di donazioni e beni della famiglia per provare a rispondere al male con il bene. Il campo della solidarietà è come un mare, le possibilità di intervento sono centinaia, ma Angelica non ha avuto dubbi: un progetto in memoria del marito non poteva che nascere e fiorire in carcere. E così è stato.

Oggi il Fondo Musy finanzia le borse lavoro dei detenuti del carcere di Torino che hanno scelto di dedicarsi agli studi universitari. Possibilità di riscatto concretissima, quella seconda possibilità spesso decantata e mai riempita di occasioni. Con risultati incredibili: se di solito i progetti di reinserimento abbassano il tasso di recidiva dal 70 al 30%, nel caso delle borse lavoro la soglia si azzera.

Ma perché proprio il carcere? «Perché credo nella possibilità di cambiare – risponde Angelica – e vedo in questo il soffio che aveva spinto Alberto a mettersi a disposizione della sua città, la generosità della persona che vive del suo ma si interessa di ciò che lo circonda. Un progetto dietro le sbarre poi ci fa anche respirare quel desiderio di libertà che comprende la nostra capacità, come singoli cittadini, di intervenire nel mondo che ci circonda e cercare di migliorarlo.

Questo è possibile, questo ci fa sentire migliori«. Angelica ci crede davvero e questo è il modo migliore per ricordare Alberto. Sono passati sei anni, il dolore pesa come ieri, la vita è sospesa ma va avanti. Intanto, il responsabile dell’omicidio è in carcere e non ha mai ammesso le sue responsabilità. In tutto questo che spazio ha il perdono? «Furchì non lo ha mai chiesto e un po’ mi spiazza. Ma la nostra vita è breve. Non voglio astio. Se mi venisse chiesto, perdonerei».

Per informazioni e per sostenere il fondo Angelica e Alberto Musy: www.fondomusy.it

Matteo Spicuglia
COSE CHE CAPITANO
Rubrica di NUOVO PROGETTO