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La santità scomoda

di Lucia Capuzzi - Il vescovo salvadoregno Oscar Romero sugli altari.
Gli ultimi dell’America Latina l’avevano proclamato da tempo. La sera di quel 24 «di marzo e d’agonia» – come ha scritto il sacerdote e poeta Pedro Casaldáliga –, un gruppo di mendicanti si precipitò alla Policlina salvadoregna, dove si era spento l’arcivescovo, assassinato con un proiettile al cuore da un sicario della dittatura. «Chiedevano di vedere il santo», racconta Roberto Cuellar, stretto collaboratore della vittima e testimone oculare dell’evento.

Ora, finalmente, la Chiesa cattolica ha riconosciuto la santità di Óscar Arnulfo Romero, assassinato in odio alla fede il 24 marzo 1980. La sera del 6 marzo papa Francesco ha autorizzato la pubblicazione del decreto che riconosce il miracolo per sua intercessione: la guarigione di Cecilia Flores, in punto di morte dopo il parto per la sindrome di Hellp. Per Romero, così, martire in odio alla fede, beatificato il 23 maggio 2015, si spalanca la via della canonizzazione: la data sarà annunciata nei prossimi mesi.

Due le ipotesi più accreditate: il mese di ottobre, in occasione del Sinodo sui giovani, insieme a Paolo VI, di cui l’arcivescovo salvadoregno è stato “allievo” spirituale. E i cui miracoli sono stati riconosciuti nel medesimo decreto.
Oppure gennaio 2019, in corrispondenza della Giornata mondiale della gioventù di Panama, di cui Romero è patrono. La questione è secondaria. Il popolo romeriano sa aspettare. Lo ha fatto 38 anni, custodendo la memoria del suo pastore anche nei decenni più duri del conflitto e del dopoguerra. Un periodo in cui avere un’immagine di Romero equivaleva a una sentenza di morte da parte degli squadroni della morte. Monseñor, come lo chiamano i salvadoregni, era – secondo la propaganda ufficiale – “sovversivo” e tali erano pure i suoi estimatori. Al feroce ostracismo del governo militare si sommava la diffidenza di alcuni settori della stessa Chiesa salvadoregna.

Quel martirio post mortem a cui si è riferito papa Francesco durante l’incontro con la comunità salvadoregna in Italia, il 30 ottobre 2015. «Il martirio di monsignor Romero non avvenne solo al momento della sua morte; fu un martirio-testimonianza, sofferenza anteriore, persecuzione anteriore, fino alla sua morte. Ma anche posteriore, perché una volta morto — io ero un giovane sacerdote e ne sono stato testimone — fu diffamato, calunniato, infangato, ossia il suo martirio continuò persino da parte dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato», ha detto il Pontefice.

La “scomoda santità” di Romero appare in tutta la sua forza nella storia di Cecilia Flores e il marito, Alejandro Rivas, la coppia in favore del quale avrebbe intercesso l’arcivescovo martire.
I due giovani – 35 anni lei e 42 anni lui – hanno scoperto per caso la figura di monsignor Romero quando Cecilia, due anni e mezzo fa, è stata a un passo dalla morte. «Il fatto è che ne avevamo sentito parlare molto male. E ci era rimasto un pregiudizio inconscio.

Il 23 maggio 2015, però, in occasione della beatificazione, ho insistito con Cecilia per partecipare. Non l’ho fatto, però, per devozione nei confronti di Monseñor bensì perché si trattava di un momento storico», racconta Alejandro.
Quel giorno, la coppia riesce ad arrivare quasi in prima fila nonostante la folla. «Ero incinta di cinque mesi e gli ho chiesto di proteggere la nostra famiglia. E, così, ha fatto, anche se noi eravamo piuttosto tiepidi con lui». I fatti hanno preso una piega imprevista dopo l’estate. Quando Cecilia si è sentita male, il 27 agosto, ed è stata ricoverata.

La donna è riuscita a partorire il piccolo Luis Carlos, ma subito dopo ha cominciato a peggiorare. I medici hanno diagnosticato la sindrome di Hellp, una rara malattia che colpisce le donne durante la gravidanza. «Le hanno indotto il coma. I dottori mi hanno detto: non c’è più niente da fare, se è credente preghi. Tornato a casa, ho visto la Bibbia che mi aveva lasciato mia nonna.

Non l’avevo mai aperta: non sono solito pregare con le Scritture. Quella volta, però, l’ho fatto. E ho trovato fra le pagine un’immagine di monsignor Romero. Mi è allora venuto in mente che mia nonna gli era devota e affezionata. Allora l’ho implorato, per l’amore che nutriva per il popolo salvadoregno, di salvare Cecilia». La mattina dopo, è cominciato il miglioramento della donna, dimessa nel giro di una settimana.

Al dono della guarigione fisica, così, per Cecilia e Alejandro si è unito quello di potersi riconciliare con storia recente del proprio Paese.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO