Sermig

La guerra dei dazi

di Lucia Sali - Un ricatto economico davanti cui far buon viso a cattivo gioco, nel migliore dei casi. Una spirale verso una guerra commerciale dalle conseguenze imprevedibili, in quello peggiore. È lo scenario a cui si confronta l’Europa dopo le decisioni sui dazi su acciaio e alluminio prese dal presidente Usa Donald Trump: un brusco risveglio per il Vecchio Continente, che si è ritrovato dall’oggi al domani non solo orfano dell’alleato storico transatlantico, ma addirittura nella lista dei suoi “nemici” alla stregua della Cina. «Un’azione unilaterale altamente infelice» e per di più «contro le regole internazionali » dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha sottolineato la commissaria Ue responsabile Cecilia Malmström.

In una corsa contro il tempo, facendo pressing sui suoi omologhi Usa Wilbur Ross e Robert Lightzinger, questa – insieme alle telefonate del presidente francese Emmanuel Macron direttamente a Trump – è riuscita a strappare dal 23 marzo quando i dazi sono entrati in vigore un’estensione temporanea di qualche settimana, sino al primo maggio. «Una pistola puntata alla testa», hanno accusato Macron e il premier belga Charles Michel. Un ultimatum che il presidente della Commissione Ue e la stessa Malmström hanno subito respinto. «È altamente impossibile » che Ue e Usa possano discutere di tutte le questioni commerciali aperte in così poco tempo, senza contare che «agli alleati non si impongono scadenze artificiali». E soprattutto a Bruxelles non va giù di dover negoziare – e quindi essere obbligata a fare concessioni economiche ma anche politiche – per evitare ritorsioni che violano le regole del commercio internazionale. Gli Usa hanno infatti riservato lo stesso trattamento, per esempio, anche ad Australia e Corea del Sud. Ci sono diversi nodi commerciali sensibili da entrambe le sponde dell’Atlantico – auto, prodotti agroalimentari, tessile e calzaturiero – che potrebbero essere toccati se si aprisse un negoziato, ma il timore a Bruxelles è che sul piatto vengano messi anche dossier politici – non solo il pugno duro contro la Cina, ma temi non commerciali come l’accordo sul nucleare iraniano o questioni Nato, dove Trump accusa l’Europa di non mettere abbastanza risorse.

I contatti intanto sono in corso: c’è difficoltà, infatti, a identificare non solo le tematiche da mettere sul tavolo ma persino il formato e gli interlocutori delle discussioni. «È Trump che decide alla fine», ha affermato Malmström dopo la sua missione a Washington. I 28 non intendono però restare a guardare, e hanno già preparato un pacchetto di contromisure commerciali per difendersi e colpire gli Stati Uniti: una lunga lista di dazi su molti prodotti americani simbolo – dai jeans Levi’s alle scarpe Nike, dalle moto Harley Davidson al whisky Bourbon, dal burro di arachidi ai cereali Kellog’s –, ma anche nuove barriere su prodotti di acciaio e alluminio (per evitare l’invasione del mercato Ue di materiale “dirottato” dalla chiusura delle importazioni Usa), nonché procedure formali al Wto. «Le guerre commerciali sono cattive e facili da perdere, ci sono solo perdenti», ha ammonito il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, parafrasando il tweet di Trump che vi inneggiava definendole «facili da vincere». Molti hanno invitato il presidente Usa a rileggere i libri di storia, tra cui lo stesso Tusk, che ha ricordato quanto avvenne negli anni Trenta a livello di commercio mondiale. Una situazione simile che alimentò le tensioni globali sino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Per questo la Cina, al centro del mirino di Trump, pur se colpita da maxi-misure da 60 miliardi di dollari (tra cui sull’high-tech che per altro farà salire i prezzi di computer e smartphone americani) e pronta con ritorsioni dello stesso tipo, sotto traccia ha già iniziato a muoversi per negoziare con Washington. Parla l’esempio di Mosca: con le sanzioni imposte all’agroalimentare europeo e poi quelle legate al conflitto in Ucraina, il volume degli scambi commerciali tra Ue e Russia si è quasi dimezzato in 5 anni, passando dal 10% del 2012 al 6% del 2017.

Lucia Sali
EUROLANDIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO