Sermig

Carne umana

di Nello Scavo - Alle volte li restituisce il mare. Altre vengono scoperti per caso in una buca di sabbia. Altre ancora giacciono, semisepolti dalla sabbia, spolpati dalle iene. Un migrante ha un solo modo per vivere, e molti per morire. Se sopravvivi al Sahara, se scampi ai lager in Libia, se alle spalle ti sei lasciato il Mediterraneo, solo allora è fatta. «Mi chiamo Badewbo, e non mi voglio lamentare. Ci sono dei miei amici che qui, in salvo, non ci sono mai arrivati. Quindi, alla fine, si può dire che sono stato fortunato». Testimonianze così non hanno niente di inedito per chi ogni giorno ascolta le voci dei superstiti.

«Certo che giocare sarebbe stato più facile. Ma noi – ha raccontato Badewbo agli operatori di Save The Children una volta sbarcato in Sicilia – eravamo poveri, e quando si è presentata l’occasione di farmi andare in Libia, i miei genitori hanno stretto gli occhi per non far uscire le lacrime». E gli hanno detto: «Va bene».

Le colonne di migranti che risalgono il deserto non sanno nulla delle mutevoli tempeste di sabbia nei fortini della politica. I fuoristrada dell’Oim, l‘Organizzazione mondiale delle migrazioni Onu, in Niger hanno fatto in tempo, poche settimane fa, a dare da bere a una dozzina di subsahariani che da otto giorni non mangiavano e nelle taniche non avevano più neanche un goccio. I passeur li avevano abbandonati nella terra di nessuno al limitare tra Libia, Tunisia e Niger. Gli “scafisti delle dune” lo hanno capito subito.

Morire nel Sahara è più facile, ma risalire ai trafficanti e più difficile. I parenti a casa, inoltre, possono sempre sperare che i propri emigrati siano magari ancora imprigionati in Libia e impossibilitati a contattarli. Così il mercato non si ferma. E a far ritrovare i resti di chi non ce la fa è solo il caso. Meno di un anno fa vi furono tre macabri ritrovamenti ravvicinati: i resti di 39 adulti e 5 bambini l’1 giugno; 18 adulti il 14 giugno; 14 adulti e 20 bambini due giorni dopo. Negli ultimi mesi i migranti soccorsi nelle paludi di sabbia sono stati migliaia.

I loro volti, però, non sono numeri. Occorre ascoltarli: «Mi chiamo Efrem, vengo dall’Eritrea e l’Italia non è il posto dove voglio stare. Devo raggiungere i miei fratelli più grandi in Nord Europa, come ve lo devo dire? Invece sono fermo qui, a Roma, in un centro per minori. Ma io devo partire, non mi posso fermare. Sono scappato dal servizio militare obbligatorio, ho attraversato l’Etiopia e la Libia, tutto per arrivare a dalla mia famiglia. Come ve lo devo dire? Devo mentire? Se non riuscite a mandarmi via come minorenne, vi dico che sono maggiorenne. Oppure scappo da qui».

Efrem è vivo. Ma quanti altri non ce l’hanno fatta. Di loro non sapremo mai nulla. Ed è il silenzio il miglior alleato dei trafficanti di carne umana. Il silezio e l’indifferenza. A Zuara, sulla costa libica che risale verso la Tunisia, avevo visto l’inferno a poche bracciate di mare dalla Fortezza Europa. Esseri umani in trappole senza scampo. È qui che Rhoda è morta dopo le prime notti in balia dei capricci degli scafisti. Dicono si sia ammazzata mentre tutti dormivano.

Il blasfemo jihad degli stupratori libici si compie ogni sera. «Allah Akbar», urlano mentre torturano gli uomini e assaltano le donne. A voler adoperare il lessico degli ossessionati dal conflitto religioso, si direbbe che si tratta di islamici che abusano di altri islamici. Accanto alla vittima mettono un telefono mentre picchiano più duro, così che i malcapitati implorino pietà e altri soldi dai parenti rimasti nei villaggi. Se è vero che il calo degli sbarchi è stato nettissimo, ora che le navi delle ong non presidiano più come un tempo il canale di Sicilia, il lavoro delle navi militari è tornato ai livelli della crisi.

I trafficanti, infatti, hanno moltiplicato i porti di imbarco lungo una striscia di mare ampia quasi 800 chilometri, costringendo le motovedette a massacranti tour de force fino a mettere in crisi gli accordi con l’Italia. Nei centri di detenzione governativi libici sono stati computati circa 30mila migranti, ma l’Onu ha stimato la presenza di 627mila stranieri in Libia. Gli aguzzini molto spesso indossano una divisa appartenente a una delle forze armate finanziate anche dall’Italia e dall’Europa. «I perpetratori – assicura il segretario generale Antonio Guterres

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