Sermig

La preghiera di Andrea

di Matteo Spicuglia - Un giovane e la schizofrenia: l’esperienza della malattia mentale aperta alla speranza. Nonostante tutto.

Andrea Soldi nelle fotografie dell’epoca è sempre sorridente. Un giovane di 20 anni con il sogno di un lavoro, di una famiglia. Il futuro ancora lontano, ancora difficile da immaginare. Perché Andrea è un ragazzo normale: le sue passioni e i suoi affetti. Legatissimo alla sorella Cristina, a mamma Enza e papà Renato. Tifoso sfegatato del Torino, da quando il padre lo portava ancora piccolo a seguire le partite.

Nel 1990, Andrea finisce la scuola e parte per il militare, un’esperienza immaginata a lungo e anche desiderata. Fante nella Brigata Cremona dell’Esercito, primo mese a Casale Monferrato, poi nella caserma Morelli di Torino. È lì che succede qualcosa. A dicembre, Andrea ha una crisi, la prima allucinazione: le pareti ricoperte di occhi, la radio del vicino di branda che dice “Inizia la trasformazione”, i muscoli che cominciano ad irrigidirsi. La sensazione reale di essere diventato un cobra, una bestia feroce, l’immagine che poi non smetterà mai di associare alle persone più care. Andrea comincerà a vedere nel padre un gorilla minaccioso, nella madre una vipera, nella sorella una mangusta. Insieme a tutto il resto, alle voci che senti e che ti entrano dentro, alla realtà immaginata che ti terrorizza. Venticinque anni così: la schizofrenia che entra da un giorno all’altro nella vita di un giovane e di una famiglia.

«È impossibile capire fino a quando non ti ci trovi in mezzo», dice Renato, il papà di Andrea. «Prima ti illudi, all’inizio pensi che passerà, ma poi la malattia fa il suo corso. Senza possibilità di guarigione».
Una malattia che si prende tutto. Perché questi malati hanno i loro tempi, ti aggrediscono e non capisci, ti offendono e devi incassare. Poi, magari, ti abbracciano come niente fosse, dicendoti che sei il loro migliore amico.
Una malattia che fa saltare le dinamiche di una famiglia, con un carico di dolore che ognuno vive come può. Perché ci provi ad essere normale, fai di tutto, ma la quotidianità di prima, ormai è un ricordo.
Per anni cerchi un aiuto, ma non sei pronto e poi, psichiatri e psicologi non sono tutti uguali. Nel caso di Andrea, gli incontri si limitavano a poche occasioni, di solito per la somministrazione delle cure. Il resto era una vita a zig zag: la tranquillità delle ore passate in macchina, l’impegno in una squadra di calcio dilettanti, le amicizie, ma anche le notti insonni, il tempo sempre uguale al tavolo di un bar o in un giardino pubblico.

Papà Renato quando parla di suo figlio lo chiama Andreino. Solo lui sa il bene che gli ha voluto, la fatica che ha vissuto, le domande che per tanti anni non hanno avuto risposta.
Un filo rosso che continua a vivere, anche adesso che Andrea non c’è più. La morte nell’agosto di tre anni fa, durante quell’ultimo trattamento sanitario obbligatorio che il padre chiese in extremis.
Andrea da un po’ di tempo non stava più bene, si era lasciato andare, rifiutava le cure. Ma qualcosa quel 5 agosto non funzionò. Lui era seduto sulla sua panchina preferita di piazza Umbria a Torino, un luogo che gli dava serenità. Psichiatra e vigili urbani provarono a convincerlo inutilmente a seguirlo e al suo rifiuto intervennero. Andrea fu immobilizzato, preso al collo, ammanettato e messo a pancia in giù sulla barella. Pochi minuti dopo sarebbe arrivato in crisi respiratoria in ospedale. Morto così, nonostante il tentativo disperato dei medici del pronto soccorso di salvarlo. Gli esecutori del tso sono stati processati: un caso nazionale che potrebbe aprire spiragli sulla revisione di metodi e procedure.

Oggi alla famiglia è rimasta una domanda di giustizia che non si fermerà, ma anche parole dolcissime: decine di pagine che Andrea ha scritto nel corso degli anni. Pagine in cui dà voce al suo dolore e anche alla sua speranza. Pagine di tenerezza per la sua famiglia, per i suoi nipoti, per un futuro che non vedeva ancora segnato. Pagine di poesia e profondità inaspettate. Parlava anche di Dio Andrea, lo sentiva presente. Qualche anno dopo la diagnosi lo invocava così: «Dio, calore nel gelo, luce nel nero, voce nel silenzio, tempo dei tempi, fa’ che possa ancora piangere. Non si ama se non si soffre».

Matteo Spicuglia
COSE CHE CAPITANO
Rubrica di NUOVO PROGETTO