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Essere minoranza

di Annamaria Gobbato - Iskenderun è un luogo particolare: l’antica Alessandretta. Provincia turca di Antiochia, crocevia di culture e commercio in secoli di storia, vera e propria culla del cristianesimo, oggi ridotto a una piccola presenza: in tutta la Turchia, 100mila persone su 75 milioni di abitanti. Luogo di memoria e di martirio. Nel 2010, il vicario apostolico mons. Luigi Padovese, fu ucciso in modo brutale dal suo autista Murat. Problemi psichiatrici, la spiegazione delle autorità, la stessa data dopo l’omicidio di don Andrea Santoro nel 2006 a Trebisonda. Al di là del movente, il segno della fatica che vivono le minoranze. Dal 2015, il successore di mons. Padovese è il vescovo gesuita Paolo Bizzeti.

Lei è alla guida di circa 3mila cristiani distribuiti su un territorio immenso. Cosa significa?

Essendo una piccola minoranza, come tutte le minoranze presenti nel mondo, viviamo grandi difficoltà. Però  siamo contenti di essere cristiani, di vivere nei luoghi della Bibbia, nella terra che ha ospitato i primi otto Concili Ecumenici, contenti di essere nei luoghi dove il cristianesimo è nato, perché i cristiani sono nati ad Antiochia prima che a Gerusalemme.

Quale dialogo è possibile tra musulmani e minoranze?

La popolazione è tendenzialmente buona e aperta. I problemi vengono dagli errori del passato, commessi anche dalle grandi potenze cristiane, Francia, Grecia, Inghilterra, Germania e anche Italia che con il Trattato di Losanna hanno sancito un po’ il principio dell’“ognuno a casa sua”, hanno scelto l’omogeneizzazione delle popolazioni.

Pensate che nel 1923 un milione e quattrocentomila cristiani che vivevano in Turchia rientrarono in Grecia e in Europa e la stessa cosa avvenne con 500mila turchi che vivevano in Grecia. Questo ha fatto sì che il cristianesimo sia passato da un 18-20% al 3-4%. In quel momento è cominciato il declino, con le Chiese di Occidente che hanno un po’ abbandonato le Chiese sorelle del Medio Oriente. Questo continua anche oggi.

Cosa comporta essere minoranza?

Da una parte c’è un laboratorio anche interessante di convivenza, dall’altra sicuramente i cristiani non godono di tutte quelle possibilità che godono da altre parti. Per esempio, non abbiamo personalità giuridica, non abbiamo possibilità di costruire scuole, strutture, oratori, ospedali e quant’altro sia utile anche per la gente e quindi siamo un po’ compressi in piccole realtà. I cristiani sono considerati solo singolarmente, io stesso ho un permesso di soggiorno valido anno per anno, come qualunque lavoratore straniero. Questo per impedimenti giuridici e anche grazie all’incuria che in passato hanno avuto le Chiese d’Occidente riguardo i cristiani di questa zona.

Lei ha raccolto l’eredità di mons. Luigi Padovese. È ancora vivo il suo ricordo?

La sua comunità restando senza vescovo per sei anni ha subito un doppio colpo: da una parte la sua morte tragica che ha scioccato tutti e dall’altra il problema della gestione dopo la sua morte. Sei anni senza vescovo sono troppi, molte cose sono andate allo sfascio. Quando sono arrivato ho trovato una situazione abbastanza penosa. Il ricordo del vescovo Luigi è vivo perché era un uomo amichevole, gentile, una persona intelligente e buona.

Che ruolo politico può svolgere oggi la Turchia, questo Paese a cavallo tra Oriente e Occidente, dal passato millenario tutto giocato tra religiosità, ambizioni politiche e un forte nazionalismo?

Questo dipende in buona parte dall’Europa, dagli Stati Uniti e dalle grandi potenze in generale. La Turchia è una potenza regionale ma ha lo spazio che noi gli diamo; allora se l’Europa è interessata soltanto al business, al produrre a basso costo, a vendere i suoi prodotti sicuramente questo non basterà per costruire integrazione.

Quindi ci vorrebbe un progetto serio, farsi delle domande serie su che tipo di rapporto vogliamo stabilire. In questo momento la Turchia fa i suoi interessi, Donald Trump con il suo “America first” fa i propri interessi, la Russia  fa i suoi interessi e l’Europa non sa più che cosa vuole… Si capisce allora che in mezzo a tutto questo il problema non è la Turchia, il problema siamo noi.

Annamaria Gobbato 
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