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Contro le fake news

di Lucia Sali - Il conto alla rovescia è già cominciato e l’Ue corre ai ripari. Manca infatti un anno alle prossime elezioni europee e Bruxelles, dopo lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica ha deciso di passare all’azione in prima persona. Come? Con la lotta alle fake news e un giro di vite su privacy e algoritmi.

La disinformazione è «una minaccia reale alla stabilità e alla coesione delle nostre società», ha avvertito il commissario alla sicurezza Julian King, ricordando che «la dottrina militare della Russia riconosce esplicitamente la disinformazione nella sua strategia di guerra». L’obiettivo primario di Bruxelles è quindi evitare la manipolazione politica nella prossima consultazione elettorale, dai cui risultati dipenderanno le nomine dei futuri leader Ue e, in ultimo, il destino stesso della costruzione europea.

Il 26 aprile la Commissione europea ha adottato infatti un pacchetto di misure anti-fake news, con tre campi d’azione. Primo, entro luglio arriverà un Codice di buone pratiche – ma non giuridicamente vincolante – che Facebook & Co dovranno applicare da subito e che sarà steso da un forum composto dalle stesse piattaforme online, industria pubblicitaria, media e società civile. A ottobre ci sarà la prima verifica, e se entro dicembre non ci saranno miglioramenti potrebbero scattare norme obbligatorie. Le regole del “codice di condotta” per i social dovranno includere il monitoraggio del click-baiting, una riduzione della proliferazione degli utenti per il marketing politico, la trasparenza dei contenuti politici sponsorizzati e lo stop a falsi profili, trolls e bots che diffondono fake news.

Secondo, la creazione prima dell’estate di una rete europea indipendente di “fact-checkers” e a settembre di una piattaforma europea sulla disinformazione, più misure a sostegno del giornalismo di qualità. Tra queste, fondi Ue per il “data journalism” e l’invito ad assegnare finanziamenti pubblici a chi fa informazione affidabile, per la formazione giornalistica e la realizzazione di prodotti innovativi.

Terzo fronte, le piattaforme commerciali, da Google Shopping a Booking sino a Skyscanner o Amazon, e l’intelligenza artificiale. Gli algoritmi che determinano il ranking dei risultati delle nostre ricerche e quindi la loro visibilità in cima alla pagina – da biglietti aerei a hotel, dalle app a un paio di scarpe – dovranno essere trasparenti per le imprese che pagano i servizi di intermediazione commerciale forniti dalle piattaforme online. Comparire in cima alla lista dei risultati o meno influenza infatti direttamente la scelta dei consumatori. L’Ue, inoltre, ha stanziato 2 miliardi di euro per i prossimi due anni per avanzare sull’intelligenza artificiale, alla base degli algoritmi che determinano i risultati dei motori di ricerca come Google, il funzionamento di Facebook, le playlist su Youtube sino all’Internet delle cose, da auto connesse a elettrodomestici intelligenti e l’e-health.

Altro fronte chiave, la privacy. Il 25 maggio entreranno in vigore le nuove regole Ue per la protezione dei dati personali (Gdpr): questi non potranno essere raccolti senza consenso né venduti o usati da terzi come è stato il caso di Facebook e Cambridge Analytica. Altrimenti scatteranno per la prima volta multe salate che possono arrivare sino al 4% del fatturato annuo di una società. Menlo Park è già sorvegliato speciale: se il 25 emergerà che sono ancora in corso violazioni della privacy compiute da app che raccolgono dati all’insaputa degli utenti, i garanti per la privacy Ue stangheranno Mark Zuckerberg. Il numero uno di Facebook è stato tra l’altro caldamente invitato al Parlamento europeo dal presidente Antonio Tajani per fare chiarezza. «Un post di scuse su Facebook non basta per ricostruire la fiducia», ha avvertito la commissaria alla giustizia Vera Jourova.

Intanto, però, critiche sono già arrivate da consumatori e società civile, secondo cui Bruxelles è stata troppo timida nel suo approccio. Per il Beuc, infatti, non viene scalfito il modello economico dei social basato sul click-baiting mentre l’ong Avaaz chiede di “escluderli” dalle decisioni sul Codice di condotta anti-fake news. La Commissione si è giustificata ribattendo che la scelta dell’autoregolamentazione è “più rapida ed efficace” rispetto al lungo processo legislativo europeo. I giganti del web, invece, lamentano il rischio che queste misure possano bloccare l’innovazione.

Lucia Sali
EUROLANDIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO