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La vita in un dato

di Michelangelo Dotta - Ormai è un diluvio di scuse, di autocritica, di pentimento, dai palchi delle convention, dagli schermi televisivi, dai grandi tavoli tirati a specchio dei consigli di amministrazione, su su fino ai banchi paludati del Congresso USA è un susseguirsi di tycoon dal volto contrito che tra un «non immaginavo» e un «come potevo saperlo», cercano di giustificare la pesante intrusione della rete sotto forma di social nella dinamica e nella gestione delle vite private di ignari utenti.

A circa 10 anni dalla nascita dell’economia dei Big Data, fondata sul commercio dei profili che i colossi di Internet vendevano alle aziende di prodotti, l’esponenziale crescita di consumatori di contenuti digitali si è trasformata in uno sconfinato terreno incolto ma potenzialmente fertilissimo su cui abili seminatori di bisogni e di tendenze hanno progettato raccolti miliardari. E i frutti non hanno sicuramente smentito le aspettative, anzi, visti i risultati, si è deciso di seminare sempre più in profondità, per fare attecchire bene la pianta e raccogliere prodotti più appetitosi da immettere sul mercato a prezzi sempre più alti.

Con questo sistema Apple, Alphabet, Microsoft, Amazon e Facebook sono diventate le prime società per valorizzazione al mondo ed è sinceramente poco probabile che, da quella posizione, possano e vogliano tornare indietro. Ma a parte il furto dei dati di 50 milioni di utenti americani da parte della Cambridge Analytica, informazioni utilizzate per influenzare il loro voto e trasformarli in elettori repubblicani, le strategie e le tecniche usate per manipolare i comportamenti sono da vero e proprio lavaggio del cervello.

L’applicazione this is your digital life creata dallo psicologo russo-americano Aleksandr Kogan, finalizzata a chiedere informazioni agli utenti di Facebook, è stata lo strumento usato e abusato per l’operazione; ma questo non è che un dato che ha fatto scalpore perché legato al presidente Donald Trump e alle sue burrascose vicende politiche. Tutto il resto, fuori dai riflettori e lontano dalle telecamere, si può solamente immaginare.

Di sicuro sappiamo oggi che dall’analisi di una mole impressionante di dati personali (le tracce che ognuno di noi lascia più o meno consapevolmente online), si possono estrapolare orientamenti politici, gusti e abitudini; con l’uso di modelli psicometrici è possibile ricostruire i profili psicologici degli utenti dei social e che le informazioni raccolte ed elaborate vengono usate per inviare messaggi e pubblicità mirate ai singoli utenti per influenzarne il comportamento.

My persoinality, applicazione sviluppata nel lontano 2008 dallo psicologo Michal Kosinski, grazie ai successivi aggiornamenti è diventata in grado di produrre interferenze su credo religioso, colore della pelle, ovviamente orientamento politico e tratti come estroversione, altruismo e livello di nevrosi.

Con gli ultimi progressi, lo stesso psicologo esperto in ricerche sociali, scrive che sulla base di 10 “like” i suoi algoritmi possono conoscere una persona meglio dei suoi colleghi, mentre 150 ne bastano per conoscerla meglio dei genitori... 300 meglio del partner. Lo scienziato si spinge ancora più in là e pubblica uno studio che dimostra come il suo nuovo software VGG-FACE, sia in grado di distinguere tra omosessuali e eterosessuali nel 91% dei casi quando si tratta di elaborare dati di uomini e nell’ 83% nel caso di donne. Detto questo, a livello globale, la rete continua ogni giorno ad aumentare i suoi utenti... ovviamente con il pollice all’insù!

Michelangelo Dotta
MONITOR
Rubrica di NUOVO PROGETTO