Sermig

La vetta senza nome

di Matteo Spicuglia - Il valore di un cammino e delle sue ripartenze...
In quel luogo senza fine, c’era una grande montagna. Era la vetta senza nome. La vedevi da ogni lato: altissima, fiera, il verde dei boschi alla base, le nuvole che la avvolgevano in cima.

Tutti volevano scalarla, l’unico modo per conoscerne il nome. Non era per niente facile mettersi in cammino, sostenere la fatica di quell’impresa. Ma ne valeva comunque la pena. Ogni anno era una gara. Molti arrivavano in vetta, molti altri rinunciavano, tutti però volevano provarci. Ognuno cercava di fare del proprio meglio, in pochissimi chiedevano consigli. Quel giovane però era diverso. Aveva sentito parlare di un grande saggio che aveva scalato la montagna più volte nella vita e decise di incontarlo. «Voglio arrivare in vetta ma non so come fare. Aiutami».

Il saggio sorrise e non diede alcun consiglio. «Mettiti in cammino, prova! Ma facciamo un patto: mi verrai a raccontare tutto, sia in caso di successo, che di insuccesso. Ogni volta! Quando tornerai dalla vetta, ti dirò il suo nome». «Tutto qui?», chiese il giovane. «Tutto qui», annuì il saggio.
Il giovane si sentì leggero, pronto finalmente a partire. Le prime luci dell’alba, zaino in spalla e bastone. Passo dopo passo, ecco il sentiero, la bellezza del bosco, le voci del silenzio.
«Se è così, sarà tutto facile», diceva tra sé il giovane. Ma aveva calcolato male le forze. Dopo qualche ora, un forte temporale. E lui non era attrezzato.

Il tepore lasciò spazio al freddo, la pioggia aveva reso tutto scivoloso, i vestiti erano bagnati. Impossibile proseguire. Il giovane tornò indietro a malincuore e andò subito dal saggio.
«Non ce l’ho fatta. Il tempo…». «Non voglio saperlo. Rimettiti subito in cammino ». Il giovane accettò. Si procurò un cambio, dei vestiti pesanti per il freddo e riprese la strada. Quella volta riuscì a fare un pezzo in più, ma accadde un imprevisto: una radice sporgente, una distrazione, eccolo a terra con la caviglia dolorante. Tanta paura, rabbia, fatica. Per fortuna, dopo qualche minuto passò di lì un altro giovane che stava scendendo dalla vetta. «Ehi, tutto bene?». «Sono inciampato, faccio fatica a camminare». «Ti aiuto io, scendiamo insieme». In serata, il giovane tornò dal saggio. «Non ce l’ho fatta nemmeno questa volta. Sono caduto, insomma…». «Non voglio saperlo», rispose il saggio. «Guarisci e rimettiti in cammino».

Il giovane cominciava a non capire, ma obbedì. Dopo qualche giorno si rimise in marcia. Questa volta, la montagna sembrava amica. Il giovane prese di buon mattino il sentiero, si lasciò alle spalle il bosco, la pietraia, la vetta sembrava vicina, quasi potevi toccare la neve perenne. Ma l’ultimo tratto era ripidissimo, sarebbero servite sicuramente delle scarpe diverse. Il giovane non sapeva che fare, era stanchissimo e per la prima volta in vita sua capì che cosa fosse la paura. Avrebbe rischiato di trovarsi in quella situazione difficile nel cuore della notte. Impossibile e pericoloso. Non restava che tornare indietro.

Quella sera tornò dal saggio con una grande rabbia. «Rieccomi qui. La terza volta che fallisco. Vuoi umiliarmi? Ti avevo chiesto dei consigli e non me li hai dati». «Non voglio saperlo», disse con un sorriso il saggio. «Domani, rimettiti subito in cammino». Il giovane se ne andò sbattendo la porta. Ma il mattino dopo era già in marcia. Questa volta portò tutto il necessario, ma a farlo arrivare in vetta fu l’incontro con altre persone come lui. Erano ferme nello stesso punto del giorno prima, impaurite, lì per la prima volta. Non conoscevano il posto e non sapevano che fare.

Il giovane le rassicurò: «È la quarta volta che passo da qui. Se volete proviamo insieme». L’arrivo in vetta fu uno spettacolo. Così avvolgente e profondo che è impossibile da raccontare. Il giovane si sentiva lieve, pacificato, da quel momento imparò a custodire.

Tornato dal grande saggio, lo sfidò. «Eccomi, ce l’ho fatta. Ma tu non mi hai aiutato per niente». «Ah sì? Veramente, io sono stato la chiave delle tue ripartenze». «Cosa vuoi dire?». «Sei arrivato in vetta solo per quelle, non per i tuoi meriti. Quando hai incontrato il temporale, hai imparato a stare e ad attendere il sereno. Quando sei caduto, hai conosciuto l’umiliazione della tua incapacità, ma anche il balsamo di chi ti ha rialzato e sostenuto. Quando hai sperimentato la stanchezza, hai imparato il valore dell’attesa, della necessità di ripercorrere la stessa strada con una consapevolezza diversa. Quando hai incontrato persone come te, amiche dell’ultimo tratto, ti sei reso conto che ci si innalza solo se ci si condivide ». Il giovane non rispose. Rimase in un silenzio commosso. Quelle parole erano vere. Solo le ripartenze lo avevano portato in vetta. «Adesso posso sapere il suo nome?», chiese il giovane. Il saggio lo abbracciò e disse: «Hai scalato il Cuore».

Matteo Spicuglia
COSE CHE CAPITANO
Rubrica di NUOVO PROGETTO