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Abitare la città

Di Monica Canalis - Nella Lettera a Diogneto del secondo secolo dopo Cristo si ritrova uno splendido ritratto dei cristiani: «I cristiani abitano ciascuno la propria patria, ma come stranieri residenti; a tutto partecipano attivamente come cittadini, e a tutto assistono passivamente come stranieri; ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria terra straniera. I cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo».

Da questo passo, così essenziale, emerge che il cristiano è quindi chiamato a non essere del mondo, ma al tempo stesso a non estraniarsi dal mondo. Il cristiano deve sentire come un dovere l’esercizio della propria cittadinanza e, in alcuni casi, l’accettazione della vocazione politica. Il cristiano che fa politica si sentirà spesso “pecora in mezzo ai lupi”, avrà spesso voglia di scappare, ma potrà, attraverso il servizio politico, incontrare i poveri e attraverso i poveri incontrare Dio.

Mario Delpini, arcivescovo di Milano, nell’ottobre 2017 ha pronunciato un discorso sulla sinodalità che racchiudeva questo passaggio: «La vita cristiana non è un percorso solitario» o un’«iniziativa personale», ma «il convergere nella città. L’edificazione della città è l’opera di Dio che convoca tutti e accoglie ciascuno perché sia profezia della città santa».

Costruire la città non esula quindi dai compiti del cristiano. Anzi. È vera e propria estrinsecazione della fede cristiana. La confusione che ci circonda, la difficoltà a far convivere culture diverse, l’ossessione per il politicamente corretto che oscura la verità delle cose, spesso spingono i cristiani a considerare la città come un mero contenitore esterno, la cornice urbanistica per le nostre parrocchie, le nostre associazioni, congregazioni o fraternità, una cornice spesso estranea, se non aliena o nemica della nostra casa. Ma questo è un grande equivoco. L’intera città è la nostra casa. Non solo la nostra parrocchia o la nostra associazione. E questo vale anche se ci sentiamo minoranza e spesso siamo mal tollerati per le nostre idee sulla famiglia, sul rispetto per la vita in ogni sua fase, sulla libertà educativa, sull’attenzione ai poveri, siano essi mendicanti, rifugiati, drogati, disabili o matti. La città è la casa dei cristiani e i cristiani devono interessarsene e sentirsene responsabili. Non con la logica della nicchia, ma con quella dello lievito.

La logica della nicchia è quella che spinge alla tensione difensiva di un fortino, alla chiusura in un rassicurante, ma sterile, recinto identitario. È la tentazione di stare tra di noi, costruendo una sorta di ghetto un po’ separato dal resto della città. Questa però non è una comunità. È un ghetto, appunto. Non bisogna costruire ghetti, ma abitare la città intera, essere minoranza in mezzo realtà che talvolta appaiono senza Dio, ma che bisogna guardare con sguardo di fede per vedere il passaggio di Dio, anche nelle persone apparentemente più lontane.

La logica del lievito, invece, è quella di una comunità poco numerosa come è oggi la comunità cristiana che abita le nostre città, una comunità che pur essendo piccola e poco numerosa riesce ad influenzare la maggioranza grazie alla qualità delle proprie idee e del proprio impegno. Sono i piccoli – di biblica memoria – che fanno cose grandi, se conservano la propria autenticità e non temono il confronto con chi è diverso e talvolta ostile al cristianesimo. Vivere la logica dello lievito ha due condizioni: la preparazione e il coraggio. Solo cristiani preparati, saldi nella fede, ben formati, possono mescolarsi al resto della città con un sano spirito di fraternità senza perdere il proprio gusto e la propria specificità. Essere presenza minoritaria ma feconda, intransigente ma dialogante. Solo cristiani coraggiosi non hanno paura di esplorare una società che sfida il cristianesimo, col rifiuto dello straniero, l’ostentazione dell’appiattimento dei generi, l’attacco frontale alla famiglia, la strumentalizzazione dei simboli religiosi.

Per avere cristiani preparati e non paurosi servono comunità cristiane serie e ben guidate. Altrimenti il cristiano vaga in solitudine e rischia di perdersi. Prima di tutto dobbiamo rafforzare le nostre comunità cristiane.

Se la città è la casa dei cristiani, qual è l’apporto speciale che il cristiano può dare per costruire questa casa? Provo a spiegarlo facendomi aiutare da due grandi cristiani del passato: Giorgio La Pira e Paolo Borsellino.

La Pira diceva che «Una città non può essere amministrata e basta. Non è niente amministrare una città. Bisogna darle un compito. Altrimenti muore». E ancora: «La città è il domicilio organico della persona umana. In ogni città, degna di questo nome, ciascuno deve avere una casa per amare, una scuola per imparare, un’officina per lavorare, un ospedale per guarire, una chiesa per pregare e poi tanti giardini perché i bambini possano giocare ed i vecchi riposare in santa pace». E ancora: «La conquista individuale è incompiuta, se non è integrata e coronata da quella collettiva; l’apostolato non può perciò fermarsi alla conversione dei singoli; esso ha la sua naturale ed essenziale espansione nella conversione della città; se la città non è cristianamente costruita, l’opera di conversione individuale è tronca e può rapidamente decadere». Invece Paolo Borsellino una volta disse: «Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare».

Monica Canalis
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