Sermig

Terre perdute

di Matteo Spicuglia - Fughe di ieri e di oggi, cicatrici che anche noi italiani portiamo dentro. Se solo fossimo capaci di non dimenticarlo!
Antonia Brezza, 22 anni appena compiuti: il destino crudele che si mostra in un giorno di dicembre del 1943. Gigliola, appena un anno, morta nel 1954. Ivan Bandera, 26 anni per sempre dal dicembre del 1941. I loro volti ti guardano dalle tombe del piccolissimo cimitero di Beli, nella parte nord dell’isola di Cres.

È tutto quello che resta della presenza italiana in Istria e nelle isole del Quarnero: Repubblica di Venezia prima, impero austroungarico dopo, poi Italia, infine Jugoslavia e Croazia. Terra di boschi, mare e grifoni, di pastorizia e agricoltura, per decenni terra di fame vera. Nel ‘900, anche terra di strappi e di sangue versato, di tensioni etniche e di esodi infiniti. Quello italiano si consumò nel 1947: Beli fu una delle tante località istriano dalmate abbandonate dai nostri connazionali. Arroccata su un monte, un pugno di case, pietre e stradine dove oggi non vive stabilmente quasi nessuno. Gli abitanti di allora non ebbero il tempo di cercare alternative, né la forza per rimanere sotto il regime di Tito. Lasciarono tutto per arrivare in Italia considerati molto spesso stranieri in patria, con decine di migliaia di vite da ripensare e ricostruire.

Dopo tanti anni, gli italiani a Cres sono tornati, ma per turismo. Li vedi ovunque insieme a russi ed europei nelle caffetterie e nei ristoranti dei borghi di mare, nelle calette di acqua cristallina, nella natura selvaggia che sa stupire con la sua bellezza. L’accoglienza dei croati di oggi è impeccabile, di cuore, come se le ferite della storia non avessero più senso. È il tempo che cura, ma anche la ragione che, al netto delle sofferenze patite, ti fa solo chiedere: «Perché?».
Lo chiedi alla storia che implora inutilmente di diventare maestra, lo chiedi alla normalità di oggi che ti fa intuire la possibilità di una convivenza pacifica tra diversi, lo chiedi alle mille situazioni di dolore di ieri e di oggi.

Gli strappi, la fatica, l’umanità di chi è fuggito da Beli in fondo sono gli stessi di chi è stato ed è costretto a lasciare la propria terra. Lo sanno milioni di persone scappate dopo la seconda guerra mondiale dalle zone di confine di tanti Paesi europei. Lo sanno gli italiani cacciati dalla Libia nel 1970 dopo l’ascesa al potere di Gheddafi. Lo sanno i cristiani del Medio Oriente e la lunga scia che si sono lasciati alle spalle, dal Tur Abdin della Turchia alla piana di Ninive in Iraq, dalla Terra Santa alla Siria. Lo sanno gli oltre 68 milioni di profughi e rifugiati che oggi vagano in giro per il mondo. E quanti esempi ancora…

Sbagliato mettere tutto sullo stesso piano, ma c’è una verità di fondo incontestabile. I contesti possono mutare, come le epoche, ma l’uomo nelle sue viscere è sempre lo stesso. Chi fugge lascia il suo mondo e un pezzo di vita, lascia affetti, amori, luoghi del cuore.
Lascia un sé che rimarrà per sempre in quella terra perduta e che scaverà distanze incolmabili con il futuro e gli anni a venire. Sofferenze inutili, sempre uguali che noi italiani in passato abbiamo conosciuto, portandone ancora le cicatrici. Se solo fossimo capaci di non dimenticarlo, forse in quest’epoca difficile saremmo più disponibili ad ascoltare, a specchiarci nella solitudine altrui. Capaci soprattutto di tenerezza, per costruire un mondo diverso. Finalmente migliore.

Matteo Spicuglia
COSE CHE CAPITANO
Rubrica di NUOVO PROGETTO