Sermig

Liberi di obbedire

di Flaminia Morandi - Chi si mette sotto una regola si prepara a combattere, diceva san Benedetto.

Icona di Giovanni da LicopoliGiovanni da Licopoli era uno degli eremiti
più famosi nell’Egitto del IV secolo, tanto da essere chiamato abba, cioè monaco con il dono della paternità spirituale, e Veggente della Tebaide, per l’arte di leggere i cuori. Ma abba non si nasce: si diventa. Da adolescente, seguendo la sua inclinazione, Giovanni era andato a mettersi al servizio di un eremita del deserto. Questo anziano gli comandava cose impossibili. Una volta piantò in terra un rametto secco della legnaia e gli ordinò di innaffiarlo tutti i giorni finché non fiorisse. Giovanni non obiettò nulla a questa assurdità.

Tutti i giorni camminava per chilometri nel deserto per andare a prendere l’acqua, e né le malattie, né le feste, né il freddo dell’inverno gli impedirono di osservare quel comando. Dopo un anno l’anziano gli chiese se l’albero avesse messo radici. Giovanni rispose che non lo sapeva. Solo allora l’anziano estrasse il rametto marcio dalla sabbia e gli ordinò di non innaffiarlo più. Ma non fu l’unica prova. Ordinò a Giovanni di gettare dalla finestra un vaso d’olio, l’unico grasso posseduto dall’eremo, o di rotolare un masso che neanche centinaia di uomini avrebbero potuto smuovere: e che infatti restò lì dov’era. Giovanni eseguì ogni cosa con fede totale, dimostrando di credere che nessun ordine dell’anziano potesse essere senza motivo.

San Benedetto consegna la regola a San Gregorio Magno e altri monaciSignifica che l’obbedienza cristiana deve essere passiva, cieca, stupida? Il contrario. Chi si mette sotto una regola si prepara a combattere, diceva san Benedetto. Ma la regola non è solo per i monaci, è per tutti i cristiani consacrati dal battesimo, che vuol dire l’impegno a vivere la vita altrimenti da come la vive chi è imbevuto del mondo.

La regola per tutti è il Vangelo. E la regola cerca il conflitto, vuole far esplodere le contraddizioni interne (“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra…”). Il suo scopo è emancipare dalla dipendenza, far crescere, rendere responsabili (“Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina…”). Dall’atteggiamento verso l’obbedienza emerge subito se si obbedisce per far bella figura o per provare la propria forza (cioè per amor proprio e per orgoglio) o per passività (e cioè per sfiducia nei propri talenti e quindi in Dio - che di talenti ha fornito tutti, ma bisogna darsi la pena di identificarli). Dal modo di obbedire salta fuori l’infantilismo, l’immaturità, la replica del rapporto avuto in famiglia con il padre e la madre: perciò la regola chiede di rompere con i modelli di rapporto e le proiezioni familiari (“Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre…”).

Solo i tormenti dell’obbedienza
permettono di vedere con sempre maggiore chiarezza le proprie debolezze e gli incagli del proprio carattere: e ciò che si vede, già non ci domina più, ma è pronto per essere offerto, cioè messo nelle mani dell’Unico che può liberarcene, trasformandolo in bene con la grazia. L’obbedienza è l’unica strada per vedere l’invisibile dentro e fuori di sé e diventare, come Giovanni da Licopoli, liberi di obbedire.


MINIMA – Rubrica di Nuovo Progetto
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