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Ritorno a casa

Sebastiano Ricci, Ascensionedi Mario Airoldi - La celebrazione dell'Ascensione non è che una dimensione della celebrazione del Mistero pasquale.

Nulla andrà perduto

La Pasqua di glorificazione, nel Vangelo di Giovanni, è celebrata già alla morte di Gesù sulla croce, perché già sulla croce, al momento della morte, Gesù innalzato da terra attira tutto a sé (cfr Gv 12,31). Nell'esaltazione della croce c'è già l'esaltazione circonfusa di gloria nell'alto dei cieli, la contemplazione del mistero dell'Ascensione; questo perché già nel momento della sua morte Gesù è glorificato “con quella gloria che aveva prima che il mondo fosse” e che sarà la gloria cui saremo uniti anche noi per la vita del mondo che verrà (cfr Gv 17,22-24).
Il momento in cui Gesù esala il suo Spirito sulla croce non è l'esalare dell'ultimo respiro di un morente ma il primo respiro di una nuova creazione. Ed è il soffio dello Spirito Santo di Pentecoste su Maria e Giovanni. Ella è la figura materna della Chiesa, mentre Giovanni è la figura del discepolo nella Chiesa.

Incorporati con Gesù nel soffio dello Spirito, purificati da lui, saremo mandati ad annunciarlo nel mondo; e, costituiti nello Spirito come Chiesa, attenderemo che lui ritorni. Allora già risorti nella carne con lui, compiremo il Cristo totale.
La dimensione dell'Ascensione è soprattutto dimensione della glorificazione di Gesù, della sua esaltazione nella gloria. Il Padre che l'ha fatto risorgere e lui che è risorto: ecco, i due linguaggi si uniscono: “Io ed il Padre siamo una cosa sola... È lo Spirito che dà la vita”. Lo Spirito ha dato vita al corpo di Gesù sottraendolo alla corruzione della morte ed esso vivificherà anche i nostri corpi mortali (Rom 8,11). L'Ascensione quindi è la festa della nostra beata speranza: se la vera Pasqua è vivere a partire dalla Resurrezione, allora la nostra vita è protesa dall'Ascensione alla Parusia, cioè verso il Signore che viene. Per questo la Chiesa grida: “Vieni Signore!”. Ogni comunità cristiana concludeva in antico ogni celebrazione dicendo: “Maranà tha”, “Vieni Signore Gesù”. Per questo l'Apocalisse si conclude con quest'invocazione, facendoci accogliere con trepida gioia e con speranza la promessa di Gesù: “Sì, verrò presto” (Ap 22,20).
Vivere lo Spirito nella dimensione dell'Ascensione è vivere nella certezza che a questo mondo, pur dimorando nella grande tribolazione, nella valle oscura che è questa valle di lacrime, noi siamo incamminati verso la Patria, la nostra patria celeste, di là aspetteremo il Signore che verrà a darci la pienezza della vita e ad introdurci nella pienezza della sua pasqua (Fil 3,20).
Avrebbe davvero poco senso per noi l'essere al mondo se fosse solo per dire che la vita e la storia vanno verso un baratro, verso un oscuro ignoto. Si coglie un tratto di malinconia in chi ritiene che la vita sia come un labirinto che non si sa dove andrà a finire. Perciò noi, con razionalità, dobbiamo cercare di trovare al meglio la strada, molte volte sbagliando e finendo magari in qualche angolo oscuro.
Anche per noi cristiani il discernimento non è facile; non è facile cercare di vivere la storia della salvezza in questo mondo così come si presenta. Ci è richiesta un'attenzione tanto come agli altri; ma è l'esito che ci rinfranca. Noi crediamo di andare incontro al Signore che viene, non al non so che cosa; noi andiamo incontro al compimento di questa storia e siamo certi che ogni cosa che abbiamo fatto, ogni palpito del nostro cuore, ogni fibra del nostro essere di carne avrà il suo compimento nel Signore. Nulla di noi stessi, né di tutti gli uomini, né di ogni briciola di materia andrà perduto: “Cieli nuovi e terra nuova” andremo a compiere (2Pt 3,13; Ap 21,1). Ed anche il più piccolo sforzo per rendere questo mondo più somigliante a quel mondo nuovo liberato dalla corruzione del peccato e della morte, sarà portato a compimento. Nulla andrà perduto, o sarà gettato via. Non un frammento della nostra vita sarà gettato via.
E dice poco questa bella speranza che crea la sintesi interiore del cristiano?

L'oggi di Dio

Davvero allora la nostra patria è nei cieli. Noi siamo ospiti e pellegrini in questo mondo (Fil 3,20; 1Pt 2,11; Eb 11,13). Ricordiamocelo sempre. Mai padroni, mai insediati, ma inquilini o in trasferta. Quante volte abbiamo corso il pericolo di insediarci. Quando lo si fa, ci si ammala per possedere questa terra e si pagano, con corruzione, tangenti per possedere quanto più si può. Il cristiano non ha su questo mondo la patria definitiva. E tuttavia in questo mondo è un ospite serio, che assume le sue responsabilità nel cammino con gli altri.
“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo". Allora ritornarono a Gerusalemme (At 1,11-12a). Si continua a guardare e gustare le cose di lassù, ma questo non esenta dal nostro compito sulla terra di impegnarci a renderla sempre più somigliante a quella terra nuova che sarà trasfigurata. Infine a tutto il Signore darà compimento. E per l'eternità, oltre il tempo fugace. E per l'immortalità, che assorbirà tutto ciò che è mortale.

Come in tutte le cose ci vuole equilibrio. È questo è l'equilibrio interiore del cristiano: divenire innamorato dell'Eterno e stare con amore su questa terra. Con impegno e non con sgomento del mistero d'iniquità che la pervade, perché è certo che l'Amore risorto vincerà. Tutto sarà trasfigurato. Ed in questo impegno di trasfigurazione il cristiano mette tutta la sua vita ed ogni sua risorsa.
È questa la beata speranza confortata dalla certezza che davvero, se Cristo è risorto ed è la primizia dei risorti, noi risorgeremo con lui, la nostra vita è già nascosta (cfr Col 3,3) con Cristo in Dio.
Ci è stato preparato un posto dove lui è andato.
Lui non ci lascia orfani, tornerà a prenderci con sé e intanto già stiamo con lui, mentre siamo in cammino (cfr Gv 14,2-18).
Questo giorno di Dio è già cominciato per noi. L'oggi di Dio noi lo viviamo già ora e sarà nella pienezza quando non esisterà più la vicissitudine del tempo, però noi, trapassando il tempo, già siamo nell'eterno di questo oggi.
Ecco perché il nostro impegno su questo mondo è rinfrancato dalla beata speranza. Ecco perché la nostra comunione con lui sorregge la fatica della nostra vita, e la gioia della Resurrezione è la nostra forza, anche nei momenti in cui ci sembra di essere accasciati nella prova.

Tutto è grazia

La gioia della Pasqua è una virtù. Mi è avvenuto più volte di ripeterlo, soprattutto nel tempo pasquale. Spesso né fuori né dentro di noi abbiamo motivi per una gioia spontanea. Ma noi non possiamo non essere nella gioia, se Cristo è risorto. Se l'avversità ci circonda e ci compenetra, la nostra gioia sarà soprattutto esercizio di virtù che attinge energia dalla Pasqua del Signore. Come Gesù che non ha mai abbandonato la gloria del Padre a cui è ritornato dopo essere stato con noi nel nascondimento; così non ci abbandona dopo essere ritornato nella gloria del Padre. Lo suggerisce sant'Agostino: “Egli viene ormai esaltato al di sopra dei cieli; tuttavia soffre qui in terra tutti gli affanni che noi, che siamo sue membra, sopportiamo”. Fu l'esperienza traumatica di Saulo che, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?". E Saulo rispose: "Chi sei, o Signore?". Ed egli: "Io sono Gesù, che tu perseguiti!” (cfr At 9,4-5). Nello stesso tempo noi siamo già con lui, perché lui è la primizia dei risorti.
Gesù, prima di entrare nella gloria che oggi celebriamo, è entrato nella nostra umanità le cui piaghe sono segnate sul suo corpo. Nell'assunzione egli ha portato le nostre piaghe sul suo Corpo risorto nella Trinità. Dunque anche il nostro dolore è redento e glorificato nel Signore Gesù. Anche quello che in certi momenti noi soffriamo, con cupa sofferenza. Quando lo Spirito geme in noi, geme per trasferire il nostro dolore nelle piaghe gloriose di Gesù, quindi nella gloria della Trinità (cfr Rm 8,26).
E da ultimo ecco la nostra missione di Chiesa: andate, annunciare il vangelo, questa buona notizia, battezzare tutte le genti, irradiare nel mondo la luce del Regno.
Lavoriamo perché questo seme cresca, perché questo lievito faccia crescere la dura pasta di questo mondo ed il nostro impegno come grande Chiesa e come ogni singola comunità. Mistero glorioso e forte della Chiesa nel mondo!
Anche il mondo d'oggi ha bisogno di questo annuncio di speranza, di questa lieta attesa. Un uomo, una donna, che portano dentro di sé questo dono dello Spirito diventano un segno, e la gente questo lo avverte.
Il Signore, poi, spesso si riserva di condurci a svolte imprevedibili. E nei passaggi più travagliati, sempre è presente, vigile, la Madre.
In certi momenti della storia, in cui ci sembra di essere inchiodati nell'impotenza, Lei come Madre del Vivente, del Trafitto che è risorto, viene in soccorso dei suoi figli e ci apre nuovi cammini di speranza.
Per questo ricordiamo che la conseguenza della festa dell'Ascensione è la festa dell'Assunzione di Maria, che sarà la Pasqua di Resurrezione in Maria, che è primizia e segno certo di speranza.




Mario Airoldi
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore