Sermig

Passione secondo Marco

Evangelista Marco

di p. Mauro Laconi - la passione nei sinottici.

Marco racconta la passione di Gesù attraverso cinque scene: il Getzemani, il Sinedrio, il Pretorio, il Calvario, la sepoltura. Il testo della Passione non è solo un racconto, ma una rievocazione, un’attualizzazione: quando la Chiesa primitiva ascoltava la Parola di Dio, lo faceva come se i fatti rievocati si realizzassero di nuovo. Ascoltare la rievocazione della Passione era quindi una preghiera liturgica, dove la preghiera consisteva essenzialmente nella contemplazione.

passione secondo Marco
passione secondo Luca
passione secondo Matteo

 


IL TESTO  DI MARCO
Ci troviamo di fronte a cinque scene, ognuna suddivisa in due o più quadri, che costituiscono il capolavoro del Vangelo di Marco. Ogni scena è ben localizzata nello spazio e nel tempo. Nello spazio: il Getsemani, il luogo dove avviene l’arresto, situato fuori da Gerusalemme verso il monte degli Ulivi; il Palazzo del sommo sacerdote, dove si è riunito il Sinedrio, nel centro di Gerusalemme; il Pretorio, il palazzo del potere romano, dove avviene la condanna, la fustigazione e l’incoronazione; il Calvario, dove avviene la Crocifissione, subito fuori dalle mura della porta di Efraim; il Giardino vicino al Calvario, dove Gesù è stato deposto in una tomba nuova. Nel tempo: si tratta di un’intera giornata secondo il calendario ebraico, che va da sera a sera. Questa giornata inizia dunque a sera nel Getsemani; nella notte Gesù compare poi davanti al Sinedrio; di prima mattina è nel Pretorio; da metà mattina alle tre del pomeriggio si susseguono, sul Calvario, la Crocifissione, il buio e la morte di Gesù; verso sera ha luogo la sepoltura in un giardino attiguo al Calvario. Questa accurata collocazione nel tempo e nello spazio permetteva alla comunità primitiva di ricostruire e seguire l’itinerario della Passione. Possiamo immaginare la comunità primitiva che passa in pellegrinaggio per ognuno di quei luoghi rievocando le tappe della Passione e, giunta finalmente al luogo della sepoltura, che dice: qui Gesù è risuscitato. La narrazione di Marco si percepisce come una preghiera della comunità primitiva che medita, racconta, rievoca mediante una specie di inno liturgico, una specie di canto, l’evento centrale di tutta la storia.

IL GETSEMANI

IL SINEDRIO

IL PRETORIO

IL CALVARIO

LA SEPOLTURA



PRIMA SCENA: IL GETSEMANI (Mc 14, 32–52)

Siamo nel giardino degli ulivi, e la scena si svolge in due quadri: la preghiera e l’arresto. Ciò che immediatamente colpisce è la solitudine di Gesù. Gesù prega da solo, è angosciato, e vorrebbe il sostegno dei discepoli, che fisicamente non sono lontano, ma non gli tengono compagnia, sono estranei al suo dramma. Gesù è solo di fronte al Padre, solo con se stesso. Comincia qui l’abbandono di Gesù, che aumenta in un crescendo continuo, sino alla fine. Gesù dapprima non ottiene la solidarietà, la partecipazione dei discepoli, poi uno di questi lo tradisce, un secondo lo rinnega, gli altri fuggono. Quindi Gesù è riprovato, condannato da Israele, nella sua totalità: il sommo sacerdote, il Sinedrio, la folla. I Romani poi lo scherniscono, lo percuotono, lo mettono a morte. Gesù è insultato persino da chi è condannato come lui e con lui. E perché il supplizio della Croce sia totale, Gesù avverte la lontananza del Padre, non ha il conforto di sentirsi nel suo seno. Anche Maria, sua madre, non è nominata da Marco tra le donne presenti sotto la Croce. Siamo alla vigilia della creazione nuova, del modo nuovo, e il mondo vecchio si rivela per quello che è, tutto funziona al contrario: Gesù aveva scelto gli apostoli perché stessero con lui, e loro fuggono, lo lasciano solo; i sacerdoti, scelti per onorare Dio, mettono a morte il Figlio. Il popolo eletto non lo riconosce e lo condanna; chi deve esercitare la giustizia, condanna un innocente. Marco insiste sull’angoscia di Gesù nel Getsemani in un modo che non è facile comprendere. Gesù per tre volte aveva predetto la sua passione, aveva severamente redarguito Pietro che vi si opponeva, si era affrettato verso Gerusalemme distanziando i discepoli che lo seguivano sbigottiti, aveva predetto la risurrezione, la parusia (venuta finale). Eppure adesso prova un tormento, uno sgomento indicibile. Il Padre gli ha chiesto l’accettazione cosciente della sua Passione. Nessun uomo nella Bibbia si sente pronto per i disegni che Dio ha preparato per lui e che gli manifesta: così anche l’umanità del Figlio arretra di fronte al disegno della Passione (“la carne è debole”). Si concentrano nel cuore di Gesù tutti i tormenti, tutti i problemi del mondo, ma Gesù si abbandona al Padre, non segue quanto vorrebbe la sua umanità ma fa suoi i pensieri del Padre. La solitudine morale in cui i discepoli lasciano Gesù nel Getsemani diventa solitudine fisica al momento dell’arresto: un discepolo c’è, ma è quello che tradisce, gli altri fuggono. Giuda bacia Gesù, che non gli dice una sola parola, come raggelato da quel tradimento. Un giovane discepolo abbandona, per fuggire, i suoi vestiti, piuttosto che farsi catturare con Gesù, che rimane solo, solo a soffrire per noi.


SECONDA SCENA: IL SINEDRIO (Mc 14, 53–72)
Siamo nel palazzo del sommo sacerdote e, anche qui, la scena si svolge in due quadri: il giudizio di Gesù di fronte al Sinedrio, ed il rinnegamento di Pietro nel cortile del palazzo. Colpisce il modo molto vivace e realistico del racconto: vi si svolgono due dialoghi, uno al di dentro del palazzo e uno al di fuori, nel cortile lastricato, dove c’è gente che chiacchiera, va e viene, e c’è anche Pietro, che si scalda davanti al fuoco in attesa degli eventi. Dentro al palazzo, davanti al sommo sacerdote, vi sono testimoni che vanno e che vengono, che vengono mandati via perché non dicono niente di utile. Al centro di tutto, la figura di Gesù. Per la prima volta, nel Vangelo di Marco, Gesù si proclama esplicitamente Figlio di Dio incarnato. Ha aspettato il momento giusto, quello della Passione. Il Sinedrio cercava testimonianze per condannare Gesù, ma non le trovava, i testimoni non erano concordi. Il sommo sacerdote in persona, Caifa, capo religioso e politico di Israele, interroga Gesù, ma Egli tace. Allora Caifa decide di giocare a carte scoperte, e pone a Gesù una domanda che centra il grande punto del dissenso: “Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?” e Gesù risponde: “Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’Uomo seduto alla destra della Potenza, e venire con le nubi del cielo”. Gesù si proclama esplicitamente Dio, Figlio di Dio: per il sommo sacerdote questa è una bestemmia, e la bestemmia va punita con la morte. Per questo motivo viene condannato, ucciso dal suo popolo. Il suo popolo lo ha aspettato per secoli, e poi non l’ha riconosciuto, non ha saputo cosa farsene di Lui. Ma chi è il suo popolo? Se esaminiamo il comportamento di Pietro, possiamo notare che è singolarmente in sintonia con quello del sommo sacerdote e del Sinedrio: io non conosco quell’uomo. Pietro, il futuro capo della Chiesa, lo rinnega. Marco sembra dire: sì, il suo popolo lo ha respinto ma, attenzione, il suo popolo non è solo Israele, siamo anche noi, noi credenti nel Vangelo, noi cristiani, noi che ricordiamo con la nostra condotta il comportamento di Pietro. Non siamo forse noi che lo respingiamo, che lo escludiamo dalla nostra vita quando ci viene incontro e ci chiede di accoglierlo? Non a caso l’episodio del rinnegamento di Pietro ha trovato un posto di grande importanza in tutti i Vangeli, anche in quello di Giovanni. E dopo il terzo rinnegamento di Pietro i discepoli scompaiono del tutto nel racconto della Passione secondo Marco, accentuando la solitudine di Gesù. Ancora una riflessione. Gesù al sommo sacerdote non fa presente i suoi miracoli, i suoi prodigi, non gli parla neppure della sua prossima risurrezione. Gli parla della parusia. Ritorna il tema dell’atto di fede. Credere alle parole di Gesù quando lo incontriamo, non importa in che momento e sotto quale veste. Alla parusia la fede non sarà più tale perché tutti vedranno, e, per chi non ha creduto, sarà troppo tardi.


TERZA SCENA: IL PRETORIO (Mc 15, 1-20)

La terza scena, che si svolge nel Pretorio, palazzo del governatore romano, è raccontata in un modo più letterario, meno semplice ma più alto. Viene meno il movimento, l’andirivieni di persone che caratterizzava la scena precedente. Anche qui troviamo due quadri: il giudizio davanti a Pilato e poi Gesù in mano ai soldati.

Durante il giudizio, la figura di Gesù appare sempre più sconcertante per il suo silenzio. Non risponde nulla, il che significa accettare tranquillamente la morte. La figura di Gesù è come trasfigurata, come si addice al tema centrale di questa scena: la sua regalità. Questo tema è sottolineato, come abbiamo visto altre volte in Marco, dall’insistenza con cui l’evangelista usa una parola chiave, in questo caso “re”. Questa parola la ritroviamo nelle domande di Pilato a Gesù, nel dialogo concitato tra Pilato e la folla, al momento della coronazione di spine, e la ritroveremo nella scena del Calvario.
Gesù per scherno è coronato di spine, avvolto in un mantello dal colore regale, proclamato re dei Giudei. Si tratta apparentemente di uno scherzo crudele, eppure è l’incoronazione rispondente ai disegni di Dio per proclamare la regalità del Figlio, il cui trono sarà la Croce.
Nella prima scena Marco ci ha presentato Gesù come il servo obbediente, nella seconda come Dio tra gli uomini, nella terza come il re del mondo, perché il re dei Giudei, il Messia, è, secondo le profezie, il re di tutti i popoli, di tutte le genti.

All’inizio del Vangelo Marco aveva presentato Gesù che annuncia l’imminenza del regno, conformemente alle aspettative messianiche. Perché il Regno abbia inizio, occorre che avvenga l’incoronazione, la proclamazione della regalità, l’intronizzazione. Ancora una volta i pensieri di Dio non sono i pensieri degli uomini, le Sue vie non sono le nostre vie. Nessuno si sarebbe aspettato che il regno dovesse avere inizio con una proclamazione regale di questo genere, che il Messia, il Cristo sarebbe stato questo tipo di re. Il Cristo, secondo la formula usata dal sommo sacerdote per interrogare Gesù, non è altri che il Figlio di Dio benedetto. I salmi, l’Antico Testamento avevano cantato la regalità di Dio.

La regalità di Dio vuol dire, nella Bibbia, che Dio è il Signore della storia, che Dio tiene in mano le vicende degli uomini, decide lui ciò che deve succedere, governa ogni giorno la realtà concreta del mondo intero, anche se apparentemente può sembrare il contrario. Anche Maria nel Magnificat canta la regalità di Dio che domina il mondo.
Quanto sembra estraneo, incompatibile, questo tipo di regalità divina con la regalità del Figlio che si ritrova nella descrizione di Marco: proclamato re mediante lo scherno, la derisione, gli sputi, le percosse. Eppure questa è veramente la proclamazione regale di Gesù, come la Croce è veramente il suo trono. Malgrado le apparenze, sulla Croce ha inizio il Regno, il Regno di Dio. Il Regno di Dio ci è aperto dalla Croce, ci è dato attraverso la Croce.

In Marco la fede deve essere una risposta individuale ad una chiamata di Gesù, risposta gratuita, perché accettazione di un dono gratuito. Di qui l’insistenza sul fatto che Pietro e gli altri discepoli chiamati hanno seguito Gesù senza un motivo, l’apparente incongruenza della chiamata di Levi, il fatto che Gesù vuol mantenere il riserbo sui miracoli, che la sua manifestazione messianica (la moltiplicazione dei pani, la traversata delle acque) sia fatta in modo tale che neppure i discepoli sul momento la comprendono del tutto.

La terza scena della Passione rappresenta il culmine di questa teologia della fede. L’inizio del Regno, così a lungo atteso, così desiderato, cantato dai profeti, dipinto con toni di profonda nostalgia, avviene in un mondo per cui solo un atto di fede ce lo può svelare.
Perché Gesù è re? Perché io lo accetto come tale. Guardo la croce e per me è come un trono. Guardo quella corona di spine e non ho mai visto una corona così nobile, così risplendente, così preziosa; per me quello straccio rosso è veramente un manto regale che non ha eguali.

Marco sembra dirmi: Gesù è re del mondo perché tu lo accetti re, perché i credenti gli offrono in omaggio la loro vita, gli dedicano i loro pensieri, si chiedono cosa possa volere da loro. Ma attenzione, quando davanti ad un re ci si prostra, lo si può fare con profonda convinzione, oppure, come i soldati romani, per scherno. E Marco ci interroga ad uno ad uno, interroga ognuno di noi: Gesù è il re, il tuo re, ma stai per caso scherzando con la regalità di Gesù? Gesù è veramente il re della tua vita, ma tu gliela stai offrendo davvero o soltanto per finta, per scherzo? È al primo posto nei tuoi pensieri? Noi siamo nelle mani di Gesù, eppure Gesù è il re del mondo soltanto se lo facciamo regnare nel nostro cuore. E nel nostro cuore, regna veramente?

Anche se non arriviamo a comprendere i pensieri di Dio, la grandezza di questa umiliazione (il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti) deve toccarci nel profondo, essere sempre presente nei nostri pensieri, nel nostro cuore. San Paolo, nella lettera ai Corinti, dirà: “ Io non ritenni infatti di saper altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso”. E ancora: “noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma per coloro che sono chiamati predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”. 


QUARTA SCENA: IL CALVARIO (Mc 15,21 – 41)
Con la scena del Calvario, il racconto di Marco arriva veramente al culmine, ed anche il modo con cui è portato avanti lo rivela: modo molto calmo, molto lento, che denota una profonda meditazione su quanto sta avvenendo.
Siamo ormai fuori da Gerusalemme, verso nord, dove c’è un piccolo sollevamento del suolo, il Golgota. È lì che avviene la scena definitiva, schematizzata da Marco in modo perfetto: la Crocifissione all’ora terza (le nove del mattino), l’inizio dell’agonia all’ora sesta (mezzogiorno), e la morte all’ora nona (le tre del pomeriggio).

Il racconto di Marco è sconvolgente per la sua contraddittorietà, è veramente drammatico, quasi inaccettabile: il Figlio di Dio è debole, non è in grado di portare la sua Croce, come facevano tutti i condannati, e lo deve fare un altro per lui; questo crocifisso è ingiuriato, “ha salvato gli altri e non può salvare se stesso”; la gente che passa scuote il capo; gli altri condannati lo deridono; e soprattutto l’angoscia con cui muore.
Marco non attenua nulla, mentre lo faranno Matteo, Luca e poi Giovanni.

In Marco Gesù muore con un interrogativo cui non risponde nessuno: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questo interrogativo racchiude una affermazione tremenda: Dio mi ha abbandonato. Perché Gesù concentri nel suo cuore tutto il dolore del mondo, tutta l’angoscia dell’uomo, deve provare la sensazione dell’abbandono del Padre. Tutti lo hanno abbandonato, tutti lo hanno tradito, ora prova l’ennesimo abbandono: la lontananza del Padre.

Eppure quel grido angosciato di Gesù è allo stesso tempo il primo versetto di un salmo che diverrà poi pieno di fiducia. Eppure Simone di Cirene ha portato la Sua croce, divenendo simbolo del cristiano e Gesù non è completamente solo, c’è un piccolo gruppo di donne che non lo ha abbandonato. E quando muore, il centurione riconosce la divinità di Gesù, le tenebre che avevano invaso il Calvario si dissolvono e viene la luce.

Durante l’agonia di Gesù le tenebre coprivano il Calvario, ma nel momento in cui muore le tenebre scompaiono. Gesù muore e viene la luce.
La luce è l’atto di fede del centurione, di questo pagano, di questo soldato, è la fedeltà di quel piccolo gruppo di donne, è Simone che porta la Croce dietro di Lui come un vero discepolo. La luce che divampa sul Calvario è la luce stessa di Dio, che si rivela sul volto del Cristo.
Nel momento in cui Gesù ha concentrato nel suo cuore tutto il dolore del mondo, tutta la paura, tutti i tormenti, l’estrema angoscia dell’uomo, la luce di Dio si rivela sul suo volto e ci illumina, e il velo del tempio si squarcia.
È la sintesi della contraddizione tra i pensieri di Dio e quelli dell’uomo.

Gli avvenimenti della Passione durano un giorno: è come un nuovo giorno di creazione, il giorno della creazione nuova. Le tenebre ricoprono la terra come nel primo giorno della creazione, e Dio manda la luce. Apparentemente nulla è cambiato, ad uno sguardo superficiale tutte le cose continuano a seguire il loro corso, il mondo rimane lo stesso. Ma Marco ci fa capire con i segni che abbiamo già notato qui sopra che invece, per chi sa vedere, nulla è come prima.

Si è squarciato il velo del Tempio. Il Tempio era un insieme di strutture formate da cortili (o atri), da servizi e dal tempio propriamente detto. Il primo cortile, il più grande, circondava interamente l’edificio, e vi sostavano i venditori di vittime ed i cambiavalute, e vi potevano accedere anche i pagani. Un cortile più interno, prospiciente il tempio e posto più in alto del precedente, era riservato alle donne e ai bambini. A sancirne la superiorità, vi era poi l’atrio degli uomini, più elevato di quindici gradini. Ed infine, più elevato ancora, l’edificio vero del tempio: prima l’atrio dei sacerdoti, poi i locali dei sacrifici, quindi il santo, dove accedevano solo i sacerdoti nell’esercizio delle loro funzioni (vi si trovava il tavolo dei pani e l’altare dei profumi) ed infine, separato da un velo, il santo dei santi. Questo velo poteva varcarlo solo il sommo sacerdote e solo una volta l’anno quando, nel giorno dell’espiazione per i peccati di Israele, entrava nel santo dei santi, stanza vuota ma simbolo della presenza di Dio tra il suo popolo, per deporvi una offerta di sangue sull’apposita pietra grezza.

Secondo l’autore della lettera agli Ebrei, Gesù è il vero sommo sacerdote che, squarciatosi il velo, in espiazione dei nostri peccati “non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario” (Ebrei 9,12). Gesù entra solo nel santuario, va dal Padre. Il sacrificio è accettato, l’umanità è redenta.
Ma chi assiste riverente a questo divino sacrificio, simbolo della nuova alleanza, momento culminante della storia umana, ed il più sacro e misterioso degli atti cultuali? Non dei sacerdoti, ma delle donne, e dei pagani. Il centurione non solo era pagano, ma aveva sovrinteso e diretto la crocifissione. Eppure proclama la divinità di Gesù, non perché ne ha visto la risurrezione, ma la morte ignominiosa. Il centurione crede.
Noi sappiamo da Marco che la fede è la risposta ad una chiamata di Dio, l’accettazione di un suo dono. Ecco quindi che son chiamati a far parte della Chiesa i pagani e i peccatori, e le donne acquistano piena dignità. Dirà Paolo “Non c’è giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Gesù Cristo” (Galati 3,28).

E la luce che irradia dal Cristo crocifisso non si limita ad illuminare il centurione. Giuseppe di Arimatea, un membro di quel Sinedrio che aveva condannato Gesù, ora trova il coraggio di andare da Pilato a chiederne il corpo per la sepoltura. È venuta la nuova luce, la luce vera, si è squarciato il velo, è iniziata la creazione nuova. E Simone che porta la croce può essere interpretato anche in questo modo: egli porta la croce ma Gesù sarà il crocifisso. Ognuno di noi è chiamato a prendere la sua croce e seguire Gesù, ma in qualche modo il crocifisso sarà sempre Lui. Noi dobbiamo accettare la croce, dire sì, ma la forza ce la dà Lui, è Cristo che si sostituisce ad ognuno di noi quando accettiamo la croce. È lui l’attore principale, il protagonista, noi restiamo delle controfigure.


QUINTA SCENA: LA SEPOLTURA (Mc 15, 42 – 47)
Vicino al luogo della crocifissione c’è un giardino, in cui avviene la sepoltura di Gesù.
Questa scena finale è molto breve. Dopo la morte di Gesù interviene un personaggio importante, membro del Sinedrio, Giuseppe di Arimatea, che si presenta coraggiosamente a Pilato, chiede ed ottenne il corpo di Gesù. Il corpo viene sepolto in modo decoroso, e poi la tomba viene chiusa (“fece rotolare un masso contro l’entrata del Sepolcro”).

La vicenda sembra così conclusa, ma ci sono due creature che non sono dello stesso avviso: le due Marie che stavano a guardare dove Gesù veniva deposto. Così il racconto di Marco rimane come in sospeso, è come, in una musica, una battuta di attesa che preceda un accordo pieno, che arriverà e sarà la Risurrezione.
Un innocente è stato sacrificato, ma Dio rovescia questa tragedia e ne fa speranza. Quella tomba che viene così minuziosamente chiusa si spalancherà.
E per chi crede, la croce di Cristo non significa morte, ma eternità di vita. 

 

a cura di Giovanni Maglioni
da un ciclo di conferenze all'Arsenale della Pace
di p. Mauro Laconi o.p.

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