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EUROPA: LAVORI IN CORSO

Europa: lavori in corsoLa riunificazione con i Paesi dell’Est pone la questione se l’allargamento dei confini europei avvicini od allontani il traguardo di quell’Europa politica che può aprire le porte ad un’Europa più sociale.

di Guido Bodrato




Il voto dell’Irlanda a favore del Trattato di Lisbona ha evitato il naufragio dell’Unione europea. Dublino ha compreso, quando soffiava forte sulla sua economia il vento della crisi finanziaria proveniente dagli Stati Uniti, che solo l’ombrello europeo poteva evitare una catastrofe. Tuttavia restano forti, in Polonia e nella Repubblica Ceca, le resistenze nei confronti di una carta costituzionale che i federalisti considerano un passo indietro rispetto alla proposta formulata dalla Convenzione europea ed espressa nel Trattato costituente siglato a Roma nel 2004. Quella proposta era caratterizzata, oltre che da un rafforzamento delle competenze delle istituzioni europee e da un forte limite al “veto” dei governi nazionali, da un nuovo equilibrio tra il Consiglio europeo, che resta espressione dei governi nazionali, e le istituzioni “comunitarie”: il Parlamento e la Commissione.

 

La proposta di Lisbona che dopo il referendum irlandese sta per tagliare il traguardo finale, appare più interessata al potere del Consiglio europeo, cioè del vertice dei governi nazionali, che potrà decidere con una maggioranza qualificata sui problemi di sua competenza, che al ruolo del Parlamento europeo. Il trattato di Lisbona rafforza l’Unione come “confederazione” di Stati nazionali, aprendo una strada diversa da quella sognata dai federalisti, cioè dall’Europa dei popoli. Il progetto di una “Europa politica” elaborato dalla Convenzione e ratificato dalla maggioranza dei membri dell’Unione dopo un dibattito che aveva impegnato anche il Parlamento europeo, è stato osteggiato da alcuni Paesi tradizionalmente euroscettici (Gran Bretagna, Danimarca), ma anche dai referendum francese e olandese, cioè dagli elettori di due Paesi fondatori della Comunità europea. All’inizio degli anni ’50, quando il mondo era ancora diviso dalla Guerra fredda tra Usa ed Urss, i Paesi della Piccola Europa che hanno dato vita all’idea “federalista” (Francia, Repubblica Federale Tedesca, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo) erano governati da partiti di ispirazione cristiana ed avevano aderito alla Nato, un patto di difesa dalla minaccia sovietica. La generazione di Adenauer, Schuman e De Gasperi si proponeva di cancellare per sempre il ricordo della guerra civile europea che aveva insanguinato il vecchio continente e di difendere la libertà dal comunismo. Non a caso atlantismo e europeismo si sono sostenuti a vicenda per mezzo secolo. Muro di Berlino

In occasione dei referendum francese ed olandese, la prevalenza dei voti contrari alla “carta europea”, che era stata varata da una Convenzione che rappresentava quindici Paesi, è dipesa dalla convergenza, nelle urne elettorali, dell’opposizione dei conservatori, dei nazionalisti e della sinistra radicale. Le tendenze di destra contrarie all’Europa politica erano schierate a difesa della sovranità degli Stati nazionali, cioè del poco potere nazionale che sopravvive al dilagare della globalizzazione; quelle della sinistra estrema erano contrarie alla Carta approvata dal parlamento europeo perché ritenuta troppo liberista (cioè, troppo piegata agli interessi del mercato) e poco sociale. In realtà i “no” alla Carta hanno segnato la vittoria delle tendenze favorevoli al mercato unico europeo ma contrarie al rafforzamento del modello federalista. Eppure era evidente che solo il successo dell’Europa politica poteva aprire le porte ad un’Europa più sociale. Il Trattato di Lisbona non poteva non tenere conto dell’esito di questi referendum, anche perché il passaggio dell’Unione da quindici a ventisette Paesi ha rafforzato lo schieramento dei Paesi euroscettici. Chi scriverà la storia dell’Unione europea non potrà non risalire - per comprendere a cosa è dovuta questa sconfitta del movimento europeista, dell’idea federalista che si è lasciata alle spalle il secolo delle dittature e della guerra civile europea - al vertice di Nizza del 1999/2000. In quella occasione la presidenza francese del Consiglio, ha proposto di frenare il processo costituente e di accelerare sull’allargamento. Sulla prima questione, infatti, esistevano resistenze della Gran Bretagna e dei Paesi che non avevano aderito alla moneta unica; sulla seconda questione si registravano pressioni sempre più forti da parte di governi dell’Europa orientale che già avevano aderito alla Nato e che erano ancora in lista d’attesa per l’ingresso nell’Unione europea.

La questione dei “confini dell’Unione” stava diventando di straordinaria importanza, poiché con l’allargamento dell’Unione europea a Paesi che consideravano l’ingresso nella comunità europea come una straordinaria opportunità economica, ma soprattutto come una garanzia per i loro confini verso la Russia, si stava rafforzando di fatto lo schieramento dei Paesi “euroscettici”. Non a caso, la maggioranza dei governi dei Paesi post-comunisti, quando si è trattato di prendere posizione nel confronto tra Bruxelles e Washington sulla “guerra preventiva” all’Iraq, cioè sul multilateralismo europeo e sull’unilateralismo americano, si sono schierati – insieme alla Gran Bretagna di Blair - a favore di Bush. Non a caso Blair è ora uno dei candidati alla presidenza dell’Unione europea, carica prevista dal Trattato di Lisbona. La politica è spesso fatta di contraddizioni, ed è sbagliato semplificare la vicenda dell’Unione europea. Un federalista deve essere ottimista, come sosteneva Monnet, ricordando che non possiamo ritenere “impossibile” una storia se prima non abbiamo cercato di realizzarla; ma un federalista non deve procedere con la testa nel sacco della retorica. E deve riflettere sul “perché” in molti Paesi tradizionalmente europeisti si è indebolita la presenza dei partiti che facevano parte delle grandi famiglie politiche che hanno costruito l’Europa, mentre si sono rafforzate le spinte populiste, contrarie alla stessa idea dell’Unione europea. Questa è anche l’esperienza italiana.

L’allargamento dell’Unione all’Est era una strada storicamente obbligata, che comunque ha segnato una svolta storica nel cammino verso l’unità dell’Europa. I Paesi che prima del crollo del Muro di Berlino (1989) appartenevano al Patto di Varsavia, (Polonia, Ungheria, Repubblica Slovacca, Repubblica Ceca; Bulgaria, Paesi Baltici, Romania, Slovenia), quando si è avviato il processo che si è concluso con la loro adesione all’Ue, preferivano parlare di “riunificazione” dell’Europa, ricordando che quando si erano ribellati all’occupazione sovietica, i Paesi dell’occidente erano stati a guardare, nel rispetto del Patto di Yalta. Ed anche per questo motivo sostenevano di non poter cedere la sovranità nazionale, appena riconquistata nei confronti di Mosca, a favore di Bruxelles. Anche se, in tutta evidenza, Bruxelles non era Mosca, e la sovranità “ceduta” all’Unione era recuperata con l’adesione all’Unione stessa. Il peso politico ed economico degli altri nuovi membri dell’Ue (Cipro e Malta) era obiettivamente irrilevante, anche se sottolineava la vocazione mediterranea del “vecchio continente”, nel momento in cui con l’allargamento, o la riunificazione, si stava spostando il baricentro dell’Unione europea verso l’Est. E questo fatto rafforzava il ruolo della Germania, cioè della Grande Germania, che dopo la sua riunificazione è tornata ad avere Berlino come capitale.

Non siamo comunque alla fine del processo avviato cinquant’anni or sono. All’orizzonte c’è l’adesione della Croazia ed è aperto il dibattito sull’ingresso della Turchia nell’Ue. Al di là del rispetto, da parte di questo grande Paese dei principi che caratterizzano ma carta dei diritti dall’Ue, (questione non chiarita, per il perdurare di un rapporto molto problematico tra militari ed istituzioni che si ispirano all’islamismo), c’è da chiedersi se questo allargamento dei confini europei avvicini od allontani il traguardo dell’Europa politica. C’è chi ha sostenuto, con qualche ragione, che con la Turchia l’Europa può condividere tutto, tranne l’assetto istituzionale. Gli Stati Uniti sono i più autorevoli sponsor dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea, poiché questo Paese è già membro della Nato e presidia con un forte esercito il fronte orientale del mondo occidentale, cioè i confini più esposti verso i Paesi dominati dall’Islam. La storia ha disegnato un’Unione diversa da quella sognata dai padri fondatori della comunità europea.

Le istituzioni comunitarie si sono consolidate, l’economia europea può riferirsi ad un mercato unico e si regge sulla moneta unica; ma è ancora incerto il cammino dell’Europa verso un’unica politica estera e verso un’unica politica economica e sociale, poiché manca un vero governo dell’Europa. L’Europa “possibile”, sin’ora realizzata, è compatibile con il progetto dei conservatori, ma non ha ancora realizzato il sogno degli europeisti. Eppure questa Europa è la più importante rivoluzione degli ultimi cent’anni, ed in forza della sua unità ha affrontato una globalizzazione che avrebbe travolto le resistenze degli Stati nazionali, e si può dimostrare capace di confrontarsi con i nuovi giganti dell’economia: la Cina, la Russia, l’India ed il Brasile. Questa Europa ha evitato che i Paesi europei fossero travolti dalla bufera finanziaria provocata dalla crisi del capitalismo americano. Di un capitalismo che – con Barack Obama – spera di vivere una nuova stagione di crescita, oltre la negativa esperienza del capitalismo selvaggio.

La storia continua e pone tutti di fronte a vicende impreviste, a problemi che costringono ad aggiornare e, in molti casi, a ripensare profondamente programmi che ritenevamo definitivi. Bisogna evitare che il declino dei partiti che hanno progettato la comunità europea, penso in modo particolare ai partiti di ispirazione cristiana, trascinino con sé anche il sogno federalista. Potrebbero rinascere dalle ceneri del ‘900 i fantasmi del nazionalismo e del totalitarismo che l’idea dell’Europa ha sconfitto. Come possiamo dimenticare che è guardando alla Piccola Europa, al suo modello di democrazia rappresentativa ed all’economia sociale di mercato, che la Grecia ha riconquistato la democrazia, liberandosi dal regime dei colonnelli, la Spagna si è liberata dal falangismo senza spargere sangue, ed il Portogallo ha portato al successo la rivoluzione dei garofani? Ora, la Grande Europa deve dare una risposta a questioni di geo-politica di straordinaria importanza, con lo stesso coraggio e lungimiranza, con la stessa apertura alla collaborazione tra Paesi diversi dimostrati da chi l’ha guidata negli anni più difficili.

Guido Bodrato
da Nuovo Progetto novembre 2009