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USA: precariato e meritocrazia


Posto fisso? No grazie (se sono in gamba e mi trovo in un contesto sociale disposto a riconoscermelo). Gli States ereditati da Obama.

di Alessandro Moroni


Nel 1996 avevo 35 anni e attraversavo il mio nono ed ultimo anno lavorativo in una multinazionale informatica, all'epoca investita da uno di quei periodici "venti di crisi" che nel contesto lavorativo occidentale costituiscono la norma. In Italia l'azienda contava un paio di migliaia di dipendenti, tutti impegnatissimi a guardarsi intorno, alla ricerca di un'alternativa che garantisse solidità e certezze. Mi trovai al telefono con un collega americano di Phoenix (Arizona) a commentare la congiuntura sfavorevole, che ovviamente riguardava anche la casa madre statunitense. Gli chiesi che cosa avesse in mente di fare e appresi che aveva dato le dimissioni il giorno prima. "Complimenti Bill! - gli dissi - e dove ti sei piazzato?". Risposta: "Per ora da nessuna parte; ma che problemi ci sono? Figurati se uno con la mia professionalità non trova chi lo assume nel giro di 10 giorni!". Ricordo che ammutolii e feci varie considerazioni, anzitutto chiedendomi: in Italia come verrebbe giudicata una iniziativa del genere? Da pazzi scriteriati, con ogni probabilità... Ma evidentemente da quelle parti il contesto sociale era - ed è - molto diverso.
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Mi tornò subito alla mente un episodio differente ma di analogo significato: nel 1983, in vacanza a Siena con alcuni amici, tutti studenti universitari come me, conoscemmo un nostro coetaneo californiano. Confrontammo le rispettive esperienze, e mentre da parte nostra prevalevano i dubbi e le incertezze circa il nostro futuro, da parte sua ci arrivò una mini-conferenza di un quarto d'ora sul sistema universitario americano e su come LUI, una volta laureatosi, avrebbe provveduto a migliorarlo! Guardai i miei amici divertito e sconcertato: da dove poteva venirgli tanta fiducia nei propri mezzi, così impietosamente messa a confronto con la nostra selva di punti interrogativi?

Evidentemente, da un contesto sociale abituato da sempre a premiare individualità e libera iniziativa; a concedere il massimo di apertura di credito a chiunque sia disposto a mettersi in gioco fino in fondo con un'idea originale, ovviamente rischiando in prima persona. Un po' tutto il contrario di quello che, da sempre, vige dalle nostre parti: intraprendenza e libera iniziativa sono ostacolate più che incoraggiate da un sistema burocraticamente mummificato; con l'ovvio risultato di alimentare una costante sfiducia nelle possibilità di ciascuno di sfondare certi schemi inamovibili. La conseguenza più immediata è la ricerca di solidità, ovvero di tutte le soluzioni che consentono di minimizzare i rischi. Ecco da dove nasce la nostra cultura del "posto fisso", e del precariato visto come l'inferno lavorativo dal quale rifuggire con tutte le proprie forze. Oltreoceano le cose, da sempre, funzionano diversamente: il più delle volte il precariato è visto come un'opportunità, quella di acquisire un'esperienza lavorativa destinata a costituire un punto di forza per la propria crescita professionale e tale da risultare decisiva nel futuro; perché in un contesto sociale di quel tipo competenza e professionalità non potranno mai essere perdenti.

L'America si è sempre proposta al mondo, e continua a farlo anche in un contesto come quello attuale (intenta com'è a leccarsi le ferite dell'ultimo clamoroso crac finanziario), come la società meritocratica per eccellenza. Hai entusiasmo, professionalità, intraprendenza? Le realtà lavorative ti contenderanno a peso d'oro. Hai un progetto brillante che richiede un investimento iniziale? Di norma non avrai problemi a trovare il finanziamento. Ma - attenzione, è questa la peculiarità - che non ti venga in mente di sbagliare! Perché pagherai fino all'ultimo spicciolo e dovrai piangere le proverbiali lacrime di sangue prima che ti venga concessa una seconda opportunità. Un po' tutto il contrario di quanto avviene da noi: difficile trovare le spinte giuste per chi ha solo buone idee e nessun "santo in paradiso", ma in compenso (si fa per dire...) tutta una serie di paracadute messe a disposizione delle realtà produttive sulla strada della bancarotta; non per nulla è in vigore il detto in base al quale in Italia fallire quasi quasi conviene!

La motivazione alla base di queste radicali differenze è di tipo filosofico e sociologico, con immediato riscontro in ambito economico: il rigoroso purismo Protestante dei "Padri Fondatori" degli Stati Uniti d'America non poteva che incentivare la Libera Iniziativa. Non per nulla il Protestantesimo nasce nel Nord Europa come religione dell'espansione mercantile; e, ancora meno a caso, incorpora la visione del successo materiale individualmente conseguito come segno tangibile del favore divino. padri_fondatori.jpg

Mentre, al contrario, il Cattolicesimo ha sempre guardato con sospetto alla "ricchezza di quaggiù" (abbiamo tutti sentito bollare il denaro come "sterco del diavolo"...); ed ecco perché le società sviluppatesi in un contesto cattolico hanno sempre disincentivato l'iniziativa individuale e privilegiato gli ammortizzatori sociali, esattamente al contrario di quanto è avvenuto in un contesto protestante. Se pensiamo che gli Stati Uniti nascono nella seconda metà del diciottesimo secolo dalla ribellione di una ricca colonia britannica, balzano subito all'occhio le conclusioni: la società d'oltreoceano ha sempre visto l'esaltazione dell'individuo e delle sue sacrosante libertà, oltre all'incentivazione estrema delle sue aspirazioni. Ma ha anche visto l'esaltazione di un rigorismo morale inconcepibile da noi, oltre che all'assenza - o quasi - di qualsivoglia solidarismo assistenzialista: perché, in un'ottica protestante, se ti trovi a mal partito è essenzialmente colpa tua, e guai se provi a infrangere le regole! Non per nulla, per tutto l'800 bastava un furto di cavalli per finire impiccati, e a tutt'oggi concetti quali l'assistenza sanitaria o pensionistica di tipo statale, se non più visti come alieni sono pur sempre digeriti con estrema fatica.

L'altra riflessione che vogliamo proporre è legata al ruolo giocato dagli Stati Uniti dalla metà del ventesimo secolo fino ai nostri giorni: l'America emerge dalla Seconda Guerra Mondiale come Superpotenza, ruolo che ha poi detenuto in esclusiva a partire dal crollo del Muro di Berlino del 1989. E' sbagliato ritenere che una nazione possa conseguire la leadership mondiale solo sulla base di motivazioni di carattere politico od economico: le radici sono sempre di natura sociologica e richiamano alla coscienza di sè e di ciò che si rappresenta. I cittadini della Roma dei Cesari, realtà alla quale trovo naturale richiamarmi riflettendo sugli Stati Uniti di oggi, credevano profondamente al proprio ruolo di civilizzatori, legislatori e quindi - per logica conseguenza - dominatori del mondo antico; l'Impero Romano crollò quando quell'ideale tramontò, per cui rimase solo la logica del denaro e dell'esercizio del potere "su commissione": questo avvenne quando, per esempio, i Romani decisero che anziché impegnarsi in prima persona nella difesa dei confini sarebbe stato molto più facile e comodo pagare qualcun altro perché lo facesse al posto loro; a partire da quel momento, il crollo sarebbe stato solo questione di tempo.

Siccome i meccanismi storici tendono a riprodursi, verrà senz'altro il momento in cui gli Americani smetteranno del tutto di credere al proprio ruolo nel mondo, lasciando che a parlare per loro siano solo hamburger, patate fritte e Coca Cola: dopodiché, avremo in tempi rapidi un altro cambiamento epocale. Lasciamo a chi ci legge la previsione di quanto quel momento sia vicino; se lo è!

Sugli USA vedi anche:
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