Sermig

Tanto ormai

 

Al pessimismo del “tanto ormai” si reagisce con l’autentica gioia di vivere.

di Flaminia Morandi

Tanto ormai sono quello che sono, quello che è fatto è fatto, non posso cambiare né me stesso né vita. spallucce.jpgPuò essere talvolta sano realismo, tenere i piedi piantati per terra e non farsi troppe illusioni su se stessi è il punto di partenza per un’autentica umiltà. Ma solo se, secondo lo stile del paradosso cristiano, il “tanto ormai” si accompagna con “e allora ricomincio!”. Come diceva San Francesco verso la fine della vita: “Fratelli, finora non abbiamo fatto niente, ricominciamo!”.

Il tanto ormai spesso è figlio dei buoni propositi. Vorremmo dare di noi un’immagine perfetta. Ci piace l’idea di essere ammirati per il rigore, la moralità, l’efficienza e tante altre sante virtù. Prendiamo ferme decisioni di non cadere nei nostri soliti difetti, e anche la ferma decisione di amare chi non ci piace, magari una persona verso cui nel fondo del cuore coviamo rancore o invidia. La nostra decisione è libera; eppure in capo a qualche tempo ecco che abbiamo fatto quello che non volevamo, come dice san Paolo. Un giorno un monaco era andato a trovare un altro monaco anziano e gli aveva chiesto: Come stai padre? L’anziano rispose: Male. E il fratello: Perché, abba? Rispose l’anziano: È trent’anni che ogni giorno sto a pregare davanti a Dio: Non avere misericordia di tutti quelli che operano l’iniquità (sal 58, 6), e: Maledetti quelli che deviano dai tuoi comandamenti! (sal 118, 21). E io devio sempre dai comandamenti e opero l’iniquità. E altre volte dico a Dio: Annienta tutti quelli che dicono menzogne (sal 5,7). E io dico menzogne ogni giorno. E mentre penso cose malvage dico a Dio: La meditazione del mio cuore è sempre dinanzi a te (sal 18, 5). Non digiuno affatto eppure dico: Le mie ginocchia sono fiacche per il digiuno (sal 108, 24). Provo rancore per il mio fratello e dico a Dio: Perdonami come anche noi perdoniamo (Mt 6, 12). E così tutta la mia liturgia e tutta la mia preghiera si ergono contro di me a mio rimprovero e vergogna.

Quando Paolo dice che la parola di Dio è come una spada a doppio taglio si riferisce a questo effetto. Se la mia vita non è quello che prego, prima o poi vado a fondo: spada.jpgvedo me stesso in tutta la mia miseria con una tale chiarezza, che c’è rischio di perdere del tutto ogni stima di sé, e insieme ogni speranza per il futuro. Se io sono quello che ora vedo, è finito ogni piacere di vivere e la gioia di essere amato. È una svolta delicata e pericolosa, perché la perdita della speranza è insieme perdita della fede e dell’amore. Se non posso più amare me stesso, tanto meno gli altri. Un monaco che era arrivato a questo punto dopo vent’anni di deserto, un bel giorno capì che era giunto il momento di mettere in pratica quello che aveva letto e pregato. Vendette i suoi libri, prese il suo mantello e partì per il deserto interiore. Ma senza buoni propositi: di quelli ormai diffidava. E allora?

Xavier Thévenot, un salesiano che insegna teologia morale all’Institut Catholique di Parigi, cita una frase di Freud che descrive dal punto di vista psicologico questo passaggio interiore: La decisione che proviene dal super-io, il censore e il giudice dell’io, è impotente quanto la decisione di smettere di bere da parte di un alcolista. Una sola è la decisione efficace: quella che attinge la forza nella pulsione vitale, nel principio del piacere. Ohibò: cioè, fare quello che ci pare? Parafrasa Thévenot: la decisione che viene dalla volontà orgogliosa dell’osservanza della legge è impotente. L’unica efficace è quello che nasce dalla potente e gioiosa corrente dello Spirito. Cioè l’abbandono gioioso di chi sa di essere amato da un Padre che lo ama così com’è, e non perché è perfetto, che gli offre una legge non per tormentarlo, ma per farlo più felice.

L’abbandono gioioso vuol dire anche gioiosamente non rinunciare alle proprie inclinazioni naturali, perché è il dono che abbiamo ricevuto, e mettendole a frutto troveremo quella pienezza e soddisfazione di vita che ci dilaterà il cuore ad amare di più Dio, noi stessi, gli altri. La vera ascesi non viene dall’attacco frontale e da una lotta eroica al nostro difetto dominante; ma da un combattimento indiretto attraverso ciò che fa crescere il piacere e l’autentica gioia di vivere. Quella gioia che fa dire a san Francesco morente, e ora ricominciamo! Al nostro io infantile che cerca un’immagine ideale di sé, sembra una strada poco gloriosa: ma la strada della gioia è l’unica vera ed efficace, il vero antidoto al “tanto ormai”.

MINIMA – Rubrica di Nuovo Progetto
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