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Il nuovo copyright

di Lucia Sali - L'ultima legge europea del settore: vergogna o opportunità?
Anche nel mondo online, come già avviene in quello offline, musica, film e giornali protetti dal diritto d'autore e utilizzati a scopo commerciale si pagano. E le grandi piattaforme quali Google o Facebook, non più gli utenti, sono responsabili per i contenuti che condividono – e che quindi di fatto "vendono" – grazie a cui fanno profitti, come del resto avviene per grandi magazzini o negozi di cd, dvd, librerie o edicole "in carne e ossa".

Sono i principi rivoluzionari che fissa la controversa riforma Ue del copyright, votata a settembre dal Parlamento europeo sotto pressioni mai viste prima da parte delle lobby e per cui ha dovuto intervenire lo stesso presidente Antonio Tajani per assicurare che il voto fosse "libero da condizionamenti".

I suoi detrattori l'hanno accusata di introdurre una "tassa sui link" e di imporre un "bavaglio al web", mentre l'industria culturale, dai musicisti agli editori, la considerano un "passo avanti essenziale" per assicurare la "sopravvivenza" stessa del settore creativo e della "democrazia".

In un ecosistema dove ormai quasi tutto si consuma in formato digitale, dalla tv ai quotidiani, Bruxelles ha ritenuto di dover aggiornare le norme europee sul diritto d'autore, ferme al 2002 quando la rivoluzione di internet era appena agli albori. E di sanare anche un "vulnus" del diritto Ue, ovvero l'assenza di tutele giuridiche per i contenuti giornalistici online, a differenza di quanto già avviene per musica e video.

La proposta di riforma, presentata nel 2016, ha subito creato forti tensioni e la divisione netta in due "campi": il settore creativo da una parte, favorevole in quanto vede riconosciuti i propri diritti, e i giganti americani del web dall'altra, contrari e sostenitori della tesi che queste misure mettano fine "all'internet come lo conosciamo oggi". Il testo adottato dall'Aula di Strasburgo prevede:

1. La responsabilità delle grandi piattaforme, mentre esonera le piccole: Facebook o YouTube – non gli utenti – dovranno remunerare i contenuti prodotti da artisti e giornalisti, e diventano responsabili per le violazioni sul diritto d'autore dei contenuti da loro ospitati.

2. Assicura i link gratuiti, mentre protegge gli snippet, ovvero i testi organici con foto e riassunto dell'articolo, di cui le piattaforme – non gli utenti – dovranno pagare il copyright agli editori per il loro uso, se questi ultimi lo vorranno (è una possibilità in più che viene data, non un obbligo di legge).

3. Non ci sono filtri sui contenuti ma una "cooperazione" tra piattaforme e detentori dei diritti d'autore "concepita in modo da evitare che colpisca anche le opere che non violano il copyright". Le piattaforme dovranno istituire dei meccanismi rapidi di reclamo contro ingiuste eliminazioni di contenuti.

4. Sono fuori le enciclopedie online senza fini commerciali come Wikipedia, le piattaforme per la condivisione di software open source come GitHub, i servizi di cloud come Dropbox. Anche meme, parodie, citazioni, materiale didattico e museale sono esclusi.

Il vicepremier Luigi Di Maio la ha bollata come "una vergogna tutta europea" che "ha introdotto la censura", promettendo che l'Italia si batterà per bloccarla nelle fasi finali del processo legislativo e facendo così scintille con il presidente del Parlamento europeo che le ha definite "dichiarazioni infamanti" da "analfabeti della democrazia".

Nel voto in Aula, Lega e M5S hanno fatto pollice verso insieme agli altri partiti euroscettici e populisti, alla sinistra estrema, parte dei Verdi e alcuni liberali, mentre socialisti (con Pd), popolari (con Fi) e la maggior parte dei liberali hanno votato a favore.

La riforma non è però ancora arrivata in porto: ora partono i negoziati tra le istituzioni europee per arrivare al testo finale, che dovrà di nuovo essere votato. L'obiettivo, ha auspicato il vicepresidente della Commissione Ue Andrus Ansip, è chiudere entro l'anno, o il rischio con le elezioni europee a maggio è che si resti allo status quo da cui "solo le grandi piattaforme trarranno beneficio". I critici della riforma, del resto, non hanno finora suggerito proposte alternative.

Lucia Sali
EUROLANDIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO