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Cristiani in Arabia

intervista di Annamaria Gobbato - La missione di mons. Paul Hinder, Vicario Apostolico dell'Arabia meridionale.

Chi è mons. Hinder?
Sono il vescovo per gli Emirati Arabi Uniti, per l'Oman e per lo Yemen. La mia residenza si trova ad Abu Dhabi, la capitale. Gli Emirati sono sette, il più conosciuto è Dubai. Abu Dhabi è il più grande. I cristiani – circa un milione – che vivono in questi Paesi sono solamente emigranti, non ci sono cristiani locali. Provengono soprattutto dalle Filippine, dall'India e da altri Stati intorno.

Come vivono gli immigrati e in che misura sono liberi di praticare la propria religione?
Arrivano negli Emirati esclusivamente per ragioni di lavoro. Debbono mantenere la famiglia, mandare a scuola i bambini e costruire loro una casa nella propria patria, preparare quindi un futuro in un altro Paese. La maggioranza lavora nel settore edilizio e nei servizi. Nella “media class” locale molti possono permettersi di impiegare parecchie persone. Tra gli immigrati ci sono molte famiglie oltre ai celibi e ai celibi artificiali, coloro che vivono da soli in quanto hanno lasciato la famiglia nel Paese di origine. Le entrate, paragonate a quelle europee, sono modeste ma per gli standard di casa loro sono alte. Il problema è che alcune volte non vengono pagati o pagati in ritardo. Per questo capita anche che rientrino nel loro Paese più poveri di prima...

Si può parlare di sfruttamento dei lavoratori?
Dipende molto dal datore di lavoro, esistono molti padroni giusti. Quello che manca è la protezione della legge e soprattutto manca molto spesso il controllo perché le leggi vengano rispettate. Direi che la categoria meno protetta riguarda le domestiche, molto spesso trattate come schiave, non soltanto dai padroni locali ma anche dai padroni occidentali... Quanto alla libertà religiosa, c'è di tutto: esistono casi in cui il datore di lavoro emiratino accompagna il proprio impiegato il venerdì o la domenica per permettergli di partecipare al rito religioso, mentre altri non permettono neanche ai lavoratori di lasciare la casa... Possiamo costruire chiese, ma non possono avere croci in evidenza né campanili (del resto sarebbe proibito suonare le campane).

Le relazioni economiche dei Paesi occidentali con i Paesi del Golfo Persico rischiano di mettere all'angolo la testimonianza cristiana?
Ci può essere il rischio anche da noi, in quanto a questo... Direi però che la maggioranza dei cristiani negli Emirati vive la propria fede in modo profondo, molto fervente, un modo che non trovo più qui in Europa, anche se esistono gruppi e parrocchie che operano molto bene. D'altra parte, chi vive una situazione di emigrazione, di essere senza patria, fa sì che si cerchi un'altra patria. Mi sembra che questa sia una delle ragioni per cui le chiese sono sempre molto affollate. Si trovano tra persone del loro stesso popolo, che vivono la stessa fede. Nella cattedrale di Abu Dhabi a volte la domenica dobbiamo tenere oltre venti celebrazioni. Abbiamo quasi settanta preti, di fatto pochi per tanta gente.

In Europa, dopo i sanguinosi attentati terroristici, spesso si rischia di vivere l'equazione Islam = terrorismo...
Tutto è legato a questa paura che vive l'Europa di essere islamizzata; è chiaro che all'interno dell'islam qualcuno ha quello in mente, ma se guardiamo le statistiche non siamo ancora a quel livello, anche se esistono delle tendenze del genere. Invece, secondo me, e l'ho anche detto nel libro, la forza dell'islam è la debolezza dei cristiani, una perdita di identità. Allora è chiaro che per chi non pratica più la religione, a cui la religione non dice più nulla, è sgomento di fronte ad una religione "strana" che non ha paura di manifestarsi. Allora il problema non sono loro, siamo noi ad aver perso di vista chi siamo e chi vogliamo rimanere.

Nel suo libro lei parla di "Chiesa del futuro": cosa intende?
Noi siamo soprattutto una Chiesa di migranti per i migranti. In molte parti del mondo sarà questo il futuro e sarà molto più marcato da questa gente in movimento. Quello che stiamo vivendo noi in modo molto evidente domani – un domani che quasi è già oggi – lo vivrà anche l'altra parte del mondo. Per me questo è profondamente biblico. Pensiamo ad Abramo, a tutto l'Israele sempre in movimento: esodo in Egitto, esilio in Babilonia... E anche all'inizio del Nuovo Testamento, leggiamo che la Chiesa ha iniziato il suo cammino come Chiesa emigrante, nelle zone attorno al Mediterraneo. Era una Chiesa in movimento, e io la paragono un po' alla situazione che viviamo nella Chiesa in Arabia... Un altro aspetto che reputo importante e che noto in Europa, anche a causa della tradizione, è che le strutture prendono tante energie, tante forze, per cui molte volte c'è un forte rischio che si trascurino gli aspetti umani sia tra i fedeli che nel rapporto con Dio.

Intervista di Annamaria Gobbato a mons. Paul Hinder
da NUOVO PROGETTO