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L'Europa c'è, mancano gli europei

di Pierluigi Conzo - L’Unione Europea non se la sta passando proprio bene. È colpa della crisi, oppure il sentimento anti-Europa che si sta diffondendo è sintomo di profonde differenze culturali, economiche ed istituzionali che caratterizzano storicamente i Paesi europei? In un lavoro di ricerca condotto nel 2017, i proff. Alesina (Harvard), Tabellini (Bocconi) e Trebbi (British Columbia) provano a rispondere a questa domanda osservando il processo di convergenza istituzionale, culturale ed economica tra i Paesi UE15 (e la Norvegia) dal 1980 al 2008.

Dal punto di vista economico sembra esserci stata, soprattutto fino agli anni ‘90, convergenza in termini di PIL pro-capite tra Paesi ricchi e Paesi poveri, mentre dopo gli anni ’90 si registrano movimenti congiunti dei PIL tra tutti i Paesi considerati. La diseguaglianza, inoltre, non sembra essere aumentata in Europa, come è accaduto invece in altre parti del mondo (ad esempio negli Stati Uniti).

La libera circolazione di merci e persone, l’unione monetaria e il processo di armonizzazione di leggi e regolamenti non è stato tuttavia accompagnato da un’accresciuta uniformità di opinioni e valori: i cittadini dei Paesi analizzati sono diventati più diversi gli uni dagli altri in caratteristiche culturali quali, ad esempio, la fiducia negli altri, il rispetto di principi e pratiche religiose, le attitudini verso l’omosessualità, l’aborto e il divorzio, l’eguaglianza di genere, la desiderabilità della redistribuzione o l’importanza della fortuna verso gli sforzi individuali per raggiungere il successo. Neanche dal punto di vista istituzionale c’è stata convergenza. I Paesi si sono nel tempo sempre più differenziati in termini di “qualità del governo”: un indice composito che tiene conto dell’efficienza della burocrazia, assenza di corruzione, responsabilità dinanzi gli elettori, efficacia delle istituzioni giuridiche... Questa divergenza sembra essere trainata dai Paesi del sud Europa: Italia, Grecia e Portogallo.

In sostanza, nonostante la convergenza economica, l’Europa è diventata sempre più “diversa” al proprio interno. Ma se l’accresciuta diversità comporta lentezza decisionale e conflittualità, possiamo quindi dire addio all’ambizioso progetto di unione politica?

Secondo le stime riportate nello studio, la diversità culturale all’interno dei Paesi è dieci volte più grande di quella tra i Paesi. Quindi se le grandi democrazie europee riescono (ancora) a sopravvivere malgrado l’alto grado di diversità culturale al loro interno, perché non può farcela anche l’UE? Secondo gli autori, nonostante l’accresciuta mobilità di persone e cose tra stati, gli europei sono ancora legati ad un forte sentimento di identità nazionale, ulteriormente amplificato da barriere linguistiche e conflitti storici che contribuiscono a generare un clima di sfiducia reciproca.

Oggi sembra che ad unire i Paesi europei sia la rinascita di sentimenti nazionalistici, forti del malcontento generato dalla crisi economica. Tuttavia, secondo le analisi degli autori, questo accadeva già prima della crisi. Per superarli e dirigersi verso un’unione politica, occorrerebbe investire in programmi di scambi internazionali anche prima dell’università, inserire nei programmi scolastici lo studio delle istituzioni europee e l’educazione alla cittadinanza europea, accrescere i poteri del Parlamento Europeo e rendere gli organi esecutivi sovranazionali più “accountable” (responsabili) verso i cittadini europei. Insomma, fatta l’Europa, bisogna (ancora) fare gli Europei.

Pierluigi Conzo
ECOFELICITÀ
Rubrica di NUOVO PROGETTO