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Liberi davvero?

di Claudio Monge - Non si è mai parlato tanto del Fanar, sede del Patriarcato greco-ortodosso di Costantinopoli, come in questi ultimi mesi. La ragione principale di questa pubblicità è il poco piacevole scontro al vertice con la Chiesa sorella di Mosca, da decenni con mire primatiste al cuore del Grande Sinodo dell’ortodossia, e attualmente decisamente ai ferri corti con la Chiesa Madre storica, a causa del contenzioso sull’agognata autonomia dai russi della Chiesa ortodossa ucraina.

Il 2018 era già iniziato in modo assai eclatante per il Fanar, con la solenne e mediatizzata riapertura (dopo 7 anni di restauri) della famosa “chiesa in ferro”, costruita dai Bulgari alla fine del XIX secolo sulle rive del Corno d’Oro, intitolata a Santo Stefano.

Alla scontata presenza del Patriarca greco Bartolomeo e di quello bulgaro Néofita, aveva fatto da corona la meno scontata presenza del presidente turco Erdoğan, abile ad impossessarsi dell’evento per riaffermare, un po’ enfaticamente, l’impegno dello Stato a proteggere e preservare la libertà confessionale dei suoi cittadini, indipendentemente dalla loro religione di appartenenza.

In realtà, una effettiva, formale libertà religiosa non impedisce una segregazione di fatto dell’1% di cristiani immersi nel 83-85% di musulmani praticanti del Paese, in un quadro di occupazione simbolica degli spazi pubblici con il restauro sistematico di moschee di ogni genere ed epoca, oltre che la conversione in nuovi luoghi di culto islamico, di vecchi edifici storici, per lo più d’origine cristiano bizantina.

Di fatto, è difficile sostenere che la situazione per i cristiani sia diventata più critica, ma anche di credere, come lascerebbero intendere le dichiarazioni di alcuni esponenti della gerarchia greca, che stiamo vivendo un’epoca di rinascimento cristiano nell’antica Asia Minore, mai visto dai tempi della traumatica espulsione dei greci del 1922. Sicuramente, la captatio benevolentiae ha fino ad ora dato risultati modesti e lo stallo del contenzioso sulla riapertura dell’istituto teologico ortodosso di Halki, sull’isola di Heybeli, nel Mar di Marmara, ne è l’esempio lampante. Chiuso dal 1971, quando ancora ospitava 120 studenti, a seguito di una legge che rendeva fuorilegge le accademie private, l’istituto, avendo rifiutato di sottoporsi al controllo del Ministero dell’Educazione turco, non ha più riaperto i battenti. Negli ultimi quindici anni, a più riprese, si è più volte creduto alla possibile riapertura, ma ogni volta le speranze sono andate deluse. Del resto, restando per lo Stato turco le prerogative del Patriarcato greco limitate alla sola gestione religiosa della comunità, più che declinante, dei greci di Turchia, il valore di un tale centro di formazione potrebbe essere davvero profetico solo se rispondesse all’esigenza di una formazione storico e teologica cristiana, davvero alla misura della straordinaria rete di relazioni ecumeniche internazionali che il patriarca Bartolomeo e il suo predecessore Atenagora, hanno saputo creare negli anni.

Ma questa prospettiva trova pochissimo consenso non solo in sponda turca, ma in gran parte di un mondo ortodosso, molto più occupato a delimitare i confini identitari politici interni che a respirare dell’universalità davvero conciliare, connaturale al messaggio evangelico.

Claudio Monge
Levante
Rubrica di NUOVO PROGETTO