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Nubi sull'intesa

di Lucia Sali - Le incognite dell'accordo sulla Brexit.
Brexit o non Brexit, questo è il problema. Perché l'accordo di divorzio con l'Ue, dopo quasi due anni di negoziati, è stato raggiunto, ma la sua ratifica da parte della stessa Gran Bretagna è tutt'altro che assicurata. Con il rischio peggiore di un “no deal” – una Brexit “secca” senza accordo, quindi caotica – che sembra farsi sempre più reale.

Anche se c'è chi, a questo punto, spererebbe in un secondo referendum, che però non ha finora ricevuto un sostegno politico chiaro ponendosi come alternativa reale a un rigetto dell'accordo di separazione con l'Ue. Il giorno della verità è fissato per martedì 11 dicembre, con il voto a Westminster: finora, però, la matematica parlamentare sembra sfavorevole alla premier Theresa May (foto), artefice dell'intesa con Bruxelles e convinta sostenitrice dei vantaggi dell'uscita dall'Unione europea.

C'è infatti una doppia linea di frattura sull'intesa di addio con i 27: da una parte gli “hard brexiteers”, come l'ex ministro degli esteri Boris Johnson, sono contrari al testo sul tavolo perché lo ritengono una sconfitta per il Regno Unito, con troppe concessioni all'Ue, poca sovranità recuperata e legami non sufficientemente recisi con il “Continente”. E dall'altra le opposizioni, con sfumature varie.

I primi a essere spaccati sono proprio i Tories della May: una volta annunciato l'accordo la sera del 14 novembre, una valanga di dimissioni è piovuta l'indomani sul governo, tra cui quelle dello stesso segretario alla Brexit Dominic Raab, che aveva già preso il posto di David Davis, anche lui dimessosi in disaccordo con la direzione data ai negoziati dalla May in quanto ritenuta non abbastanza “dura”. E il Dup, gli alleati unionisti nordirlandesi che sono la stampella di maggioranza del governo, ha già fatto sapere che – alla luce dell'accordo sul tavolo – le promesse della premier non sono state mantenute per preservare l'unità tra Ulster e resto del Regno rispetto all'Irlanda. E quindi non darà il suo appoggio.

Il Labour di Jeremy Corbyn ha finora duramente contestato l'operato di Downing Street, e voterà contro l'intesa di uscita dall'Ue: il suo obiettivo è arrivare a nuove elezioni. Se non riuscisse a ottenere queste, appoggerebbe in seconda battuta un nuovo referendum. Diversi sondaggi darebbero ora una maggioranza per il “remain”, incluso l'Eurobarometro di settembre (57%). Il punto è che qualsiasi scelta resta una scommessa prima di tutto politica per i partiti britannici, data la frattura della società all'ombra dell'Union Jack, non dissimile da quella degli altri Paesi europei dove con forme e dimensioni diverse si sono affermati partiti populisti e anti-Ue.

«Questo sul tavolo è l'unico accordo possibile», hanno messo in chiaro il caponegoziatore Ue Michel Barnier e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, anche perché non c'è ormai più tempo per discuterne uno alternativo: la Brexit scatterà il 29 marzo 2019, tra nemmeno 4 mesi. «Chi pensa di poter negoziare un altro accordo s'illude, non c'è un piano B», hanno avvertito molti dei leader dei 27 al vertice Ue del 25 novembre in cui hanno dato l'ok formale alle 585 pagine di provvedimenti che regolano il divorzio da Londra.

Questi assicurano ai cittadini europei residenti in Gran Bretagna e ai britannici residenti nell'Ue di continuare a godere dei diritti attuali anche dopo la Brexit, stabiliscono il “conto” che Londra dovrà pagare all'Ue continuando a onorare gli impegni presi, e mettono in piedi un “back stop”, un paracadute che si aprirà solo se non si troverà una soluzione migliore per mantenere una frontiera fluida tra Irlanda e Irlanda del Nord in linea con gli accordi di pace del Venerdì Santo. Si stabilisce anche un periodo di transizione sino a fine 2020 estendibile di uno-due anni massimo in cui il Regno Unito sarà fuori dall'Ue ma resterà lo status quo giuridico per consentire i negoziati sulla relazione futura (accordo commerciale, cooperazione su difesa, sicurezza, politica estera, clima) e dare tempo a imprese, cittadini e amministrazioni pubbliche di adattarsi.

Di certa, però, c'è una sola cosa, e certificata dalle simulazioni dello stesso governo May e dalla Banca d'Inghilterra: con qualsiasi tipo di Brexit sarà una batosta per l'economia britannica per almeno i prossimi 15 anni, con una contrazione del pil in una forchetta dal 2,5% al 9,3% e costi da minimo 60 fino a 200 miliardi di sterline, più un crollo del pound del 25% con una fiammata dell'inflazione. Per May, però, il suo resta «l'accordo migliore negli interessi della Gran Bretagna».

Lucia Sali
EUROLANDIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO