Sermig

Fuori gli arbitri!

di Stefano Caredda - Detenuti in campo per far rispettare le regole
È stato come iniziare il secondo tempo della propria vita: uscire dal carcere dopo 11 anni, e farlo – almeno un po’ – perfino nel ruolo di giudice, seppur solo su un campo di calcio. Luca è un detenuto che da alcuni mesi sta scontando l’ultimo anno di pena in regime di esecuzione esterna. Ancora per qualche mese non è un uomo libero, ma va al lavoro dalle 9 alle 17 in una comunità diurna e rientra a casa entro le 21. Vive con la sua compagna e due figlie: la più piccola non l’aveva mai vista fuori da una prigione, quando lui fu arrestato la mamma di lei era in gravidanza. Inoltre, Luca fa l’arbitro di calcio, uno dei fischietti del progetto Le regole del gioco, gestito in Lombardia da Bambini senza sbarre, l’associazione che si occupa da oltre 15 anni di genitori in carcere.

L’idea è quella di trasformare in arbitri alcuni detenuti, di modo che possano incontrare i figli all’esterno: sul territorio sono coinvolti 60 istituti detentivi e l’iniziativa coinvolge 1.400 reclusi e 2.900 bambini. I campi sono quelli dei tornei organizzati da Cun Company, associazione sportiva dilettantistica che gestisce fra gli altri il Campionato universitario e la Lega delle scuole superiori. «Certo, li credevo più tranquilli gli studenti, invece quando ci sono l’agonismo e l’adrenalina, non c’è niente da fare, bisogna essere attenti e precisi», dice. In Lombardia godono del regime di esecuzione penale esterna 8 mila persone: i dati raccontano che la recidiva per queste persone scende al 20% rispetto all’80% di chi sconta la pena in prigione dal primo all’ultimo giorno. Numeri eclatanti. «Se – spiega Luca – rimani chiuso per tanti anni e poi improvvisamente vieni liberato da un giorno all’altro, è una botta forte: sei disorientato mentre la gradualità è importante, sia dal punto di vista psicologico che lavorativo».

«Io – prosegue ricordando il passato – non sono stato un angioletto, ho fatto degli errori grossi: certo avrei preferito che anche per i miei reati ci fossero molte misure alternative». In carcere lui è stato a Pavia, poi a Spoleto, a Taranto e a Milano. «Quando ero a Pavia le mie figlie potevano venire di frequente, anche tutte le settimane. A Spoleto e Taranto a volte passavano anche otto mesi prima di vederle. La legge dice che devi essere rinchiuso nel raggio di 200 chilometri, per il principio della territorialità della pena, però poi nell’attuazione pratica non è così e ti possono mandare anche molto lontano dalla tua famiglia. Ne risenti molto».

E ora che a breve sarai libero? «Con la piccola non ho mai vissuto, con lei è tutto nuovo, e c’è stata tanta sofferenza da ambo le parti. La vita dentro al carcere non ha nulla a che vedere con quella fuori: mangiare assieme alla sera, andare al parco, comprare un gelato, piccole cose che ti stravolgono perché prima eri rinchiuso fra quattro mura. È tutto diverso anche nella vita di coppia con la mia compagna: no, non siamo più i ragazzini di quando mi hanno arrestato».

Stefano Caredda
REDATTORE SOCIALE
Rubrica di NUOVO PROGETTO