Sermig

Sacro e profano

di Davide Bracco - Il cinema italiano e la religiosità

Sacro, laico o profano?
Per lo scrivente l’occasione è ghiotta e molto pertinente per le pagine di una rivista come la nostra. Si tratta della lettura del numero 41 della rivista www.8-mezzo.it, un bimestrale realizzato da Istituto Luce/Cinecittà in collaborazione con ANICA e la Direzione Generale Cinema del Ministero. Una pubblicazione istituzionale che analizza il cinema italiano in ogni suo numero sotto molteplici e mai scontati punti di vista.

Il titolo al presente articolo è quello che la rivista ha voluto dedicare ad una serie di articoli su un tema che su queste pagine con frequenza ci piace trattare e che negli ultimi mesi si è reso più evidente anche grazie al successo di serie tv come The young Pope e Il miracolo (foto). Il cinema italiano è senza dubbio stato interessato negli anni più al folklore della religione che ad una vera ricerca del sacro: forse soltanto Ermanno Olmi è stato capace di approfondire il tema con quel rigore che maestri nordici come Dreyer e Bergman hanno usato. Ma nel complesso registi come Fellini, Pasolini, Rossellini sono stati seppur in maniera sporadica e laica attratti dal tema della religiosità (senza dimenticare un autore come Dario Argento dalle radici intimamente cattoliche). Del resto la regista Alice Rohrwacher afferma che «la religione è un atto collettivo.

Proprio come il cinema» e questo concetto ben si attaglia al Premio Bresson, unico riconoscimento al cinema ad essere attribuito dalla Santa Sede e con un palmares di tutto rispetto (vinto nel 2018 da Liliana Cavani). Un legame quello tra cinema e religione che vale anche per i due luoghi dedicati come la sala cinematografica e la chiesa, spazi di condivisione di una esperienza comune.

Una lettura interessante e densa che analizza diversi aspetti (un dialogo tra registi sul tema del sacro, un excursus sulle figure di preti, santi, suore nei film e altri spunti come il cinema acattolico di impianto protestante) e che presenta aneddoti curiosi come la rivista Luce et Verbo che a Torino in epoca del muto produceva film edificanti ma anche attrezzature di proiezione per parrocchie e scuole a ulteriore conferma di come l’intento sociale e la cinematografia hanno sempre collaborato soprattutto nella città che ha visto la nascita della settima arte in Italia.