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Dzibi ha costruito la pace

di Aurora Antonucci - Dzibi è arrivato in Italia da minore non accompagnato. Un ragazzino già grande per le esperienze e i drammi vissuti. L'Italia come orizzonte di pace per provare a scrivere pagine nuove. Dalla Guinea Bissau a un piccolo paese in provincia di Treviso: Codogné, dove negli ultimi anni è stato accolto da una famiglia. Il calore di una casa, percorsi di integrazione, alla fine l'autonomia conquistata con un lavoro e il sogno di lasciarsi tutto alle spalle.

Dzibi, quando avevi quattro anni nel tuo Paese è scoppiata la guerra civile. Cosa hai vissuto?

Io sono nato il 25 luglio del 1993. Avevo 5 anni quando la guerra civile mi ha portato via i genitori. Papà e mamma sono stati assassinati perché mio padre, che era stato militare, aveva rifiutato di schierarsi con una parte o con l’altra. Ero piccolo, ma ho capito subito cosa era la guerra... chi conosce la guerra senza viverla in prima persona ma soltanto vedendola in televisione non sa veramente cosa sia: gli autobus non passano per le strade, la luce non c’è più, il telefono non funziona più, l’acqua non c’è più... Bisogna che tutti impariamo cosa sia veramente la guerra! Poi nel 2009 hanno ucciso anche mio zio, che mi aveva preso con sé dopo la morte dei miei genitori, era militare anche lui...

A quel punto hai deciso di scappare. Hai superato il deserto, un viaggio lunghissimo attraverso tante nazioni. Molti amici sono morti...

Sì, quando sono arrivato in Libia avevo quindici anni. Non avevo niente, né soldi né altro. Nel 2011, scoppiò la rivoluzione, non sapevo cosa fare, e allora sono scappato un'altra volta. Con i soldi che avevo ho pagato per attraversare il mare. Come tanti, anch’io sono sbarcato a Lampedusa.

E in Italia sei stato accolto in una famiglia...

Prima mi hanno mandato nel campo profughi di Manduria, poi sono stato trasferito al villaggio San Paolo a Cavallino Tre Porti. Quindi sono stato a Treviso in una comunità per minori fino a quando ho compiuto 18 anni. Una volta uscito, sono stato accolto all’hotel Parè di Conegliano, sempre in provincia di Treviso, e poi finalmente nel 2012 in casa di Moreno e Viviana: una famiglia italiana con quattro figli che mi ha accolto come un amico, anzi, come un altro figlio. Con loro ho finalmente ritrovato una famiglia e la mia vita è cambiata. Ora ho trovato un lavoro e sono andato a vivere da solo.

L’anno scorso però hai deciso di tornare in Guinea...

Sì, perché avevo un grande dolore dentro, non sapevo bene cosa fosse successo veramente quando ero piccolo, volevo conoscere chi aveva ucciso mio papà e mia mamma. Ero da tanto tempo che pensavo a questa cosa, ma non avevo il coraggio di affrontarla. Poi mi sono deciso, e sono andato a bussare alla porta del loro assassino.

Come ha reagito?

Quando mi ha visto, mi ha chiesto se ero venuto ad ucciderlo. Non sapeva cosa dire, era molto confuso. Gli ho risposto che non volevo ucciderlo, anzi, ero venuto per fare pace. Così ci siamo seduti e lui mi ha raccontato tutto, mi ha detto che avevano colpito anche me con un colpo in testa e lasciato lì credendomi morto. Invece ero in coma e all’ospedale dopo un po’ di tempo mi sono svegliato. Quell'uomo mi ha detto che non era stata sua la decisione di ucciderci, ma del capo della sua banda che gli aveva comandato di sparare. L’ordine era di uccidere solo mio padre, ma poi ha ucciso mia madre e ha cercato di uccidere anche me per paura di essere riconosciuto.

Cosa hai provato ascoltandolo?

Gli ho spiegato che ero andato da lui perché avevo un dolore grandissimo dentro e volevo superarlo. Allora lui mi ha proposto di restituirmi i soldi rubati alla mia famiglia, insieme alla casa. Gli ho risposto che non mi serviva proprio niente. E ho aggiunto: questa vicenda deve finire qui, facciamo pace. Se io ti uccido, poi i tuoi figli cercheranno di uccidere anche me e la guerra continuerà. No, facciamo pace. Quando sono uscito dalla sua casa mi sono sentito finalmente libero.

Poi ti è venuta voglia di aiutare gli altri nel tuo Paese. Cosa ti sei inventato?

Sì, nel mio Paese metà sono cristiani e metà sono musulmani. Siamo sempre andati d’accordo, la religione diversa non è mai stata un problema. I musulmani si trovano generalmente nel sud del Paese. Da noi le donne che devono partorire rischiano molto, perché ci sono pochi ospedali, situati principalmente al nord. Quando ho visitato il sud, mi hanno chiesto se avessi potuto procurare un'ambulanza. Mi sono dato così da fare. Ho comprato 2 valigie e quattro lucchetti e ho radunato un po’ di persone. Ho proposto a tutti di dare ciascuno ogni mese un euro. Io avevo dei campi di proprietà, che mi ha lasciato mio papà, e con la loro vendita e la raccolta mensile degli euro in neanche un anno abbiamo tirato su 4mila euro, messi tutti nelle due valigie. Abbiamo comprato in questo modo l'ambulanza. Adesso voglio continuare a fare del bene. Ho ricevuto tanto, voglio restituire.

Aurora Antonucci
NP FOCUS - Rifugi